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Una parola d’amore: Padre!

di Sergio Rolando

CITTA’ DEL VATICANO – E’ già tanto lo scandalo suscitato nell’opinione pubblica a causa delle criminose vicende dei preti pedofili, per cui sento la necessità di entrare con assoluta immediatezza nel merito di un mio particolare approfondimento che trae spunto da una parola molto comune ma nello stesso tempo gravida di implicazioni emotive, affettive, direi quasi vitali; questa parola è: “PADRE”! Vi sottopongo un aspetto sul quale mi sono soffermato: nella religione ebraica troviamo il termine rabbi, nel cui significato si ritrovano il concetto di maestro e grande saggio; nel credo musulmano, si parla di imam, che si traduce in colui che guida; i cristiani, invece, ma tra essi in particolare i cattolici, usano nei confronti del sacerdote soprattutto il termine “padre”. Le parole hanno un loro peso, un loro significato che non possiamo ignorare. Oggi, ancor più che in passato, la gente non si rivolge al sacerdote chiamandolo reverendo o don, se poi lo apostrofa con un secco ed algido: “prete!” c’è da scommetterci che, purtroppo, spesso si adombra in quell’espressione qualcosa di tristemente dispregiativo, prevenuto, rancoroso e anticlericale. In altre parole, sto dicendo che mentre in termini come “rabbi”, “imam” nelle stesse parole “reverendo” oppure “don” si ritrovano concetti di rispetto, insegnamento, guida, insomma tutte queste belle cose, in quell’espressione “padre” c’è qualcosa in più, qualcosa che va oltre, qualcosa che supera il rapporto discepolo-maestro, qualcosa che non parla solo di ossequio e di obbedienza. La parola padre si lega ad un’altra parola: amore! A noi cristiani, ed in particolare ai cattolici, non bastava un rabbino o un imam, con tutto il rispetto per questi ruoli, e neppure una figura moralmente autorevole da riverire. Nelle nostre aspirazioni, il rapporto con il sacerdote  vuole configurarsi in qualche modo sulla falsariga di un rapporto filiale. Non basta, pertanto, insegnare, indottrinare, guidare; no! Si richiede ben altro: un padre deve fare tutte queste cose, ma in più deve amare e voler bene! La sua gravosa missione richiede anche questo. Altrimenti sarebbe, la sua, non una missione, ma una professione, una sorta di funzione che ingloba quelle del maestro, dello psicologo, dell’assistente sociale, ma a questi si richiede lo zelo nell’esercizio della loro professione, l’amore verso il mestiere, mentre per il sacerdote l’amore verso il sacerdozio non può non tradursi pure in amore verso coloro che lo chiamano: “padre”. Noi laici, noi popolo della Chiesa, esigiamo tanto, forse troppo, in cambio di quest’appellativo; esigiamo coerenza, abnegazione, affetto paterno, ma sappiamo accorgerci di quando queste cose ci sono ed allora quella parola “padre” la diciamo con la consapevolezza di tutta la sua valenza e il solo pronunciarla può talvolta rassicurarci e rinfrancare la nostra anima, oltre che rinvigorire la Chiesa. Ogni buon sacerdote si impegna per raggiungere la coerenza dell’esempio, il rigore dottrinario, lo zelo liturgico, la rigorosa ottemperanza alle disposizioni delle Gerarchie, ma per sentirsi chiamare padre, e ciò non solo con le labbra, non basta l’impegno, ci vuole lo slancio e quello slancio arriva solo da una vocazione autentica. Dopo questa mia “personalissima” considerazione, ritengo, quindi, perfino superfluo sottolineare certi abomini che, non a caso, definirei, in un certo senso, anche incestuosi, proprio perchè, oltre alle altre gravissime implicazioni, profanano la sacralità di questa parola meravigliosa: padre!