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Se anche le altre religioni recitassero il ‘mea culpa’

di Sergio Rolando

CITTA’ DEL VATICANO – Osservando la realtà attuale dei rapporti interreligiosi, appare sempre più evidente che di fronte all’onesto, severo ed umile “mea culpa” professato a più riprese da massimi esponenti della Chiesa Cattolica e dagli stessi Papi di questi decenni, aumenta sempre più l’atteggiamento tutt’altro che conciliante, se non addirittura palesemente ostile ed aggressivo, di esponenti di altri credi religiosi che, al contrario, sono del tutto privi di qualunque spirito di autocritica a costo, in certi casi, di negare l’evidenza dei fatti che spesso assurge a conseguenze drammatiche come persecuzioni, condanne a morte ed ogni sorta di coercizioni. Pur nella consapevolezza dell’assoluta necessità di un proficuo dialogo interreligioso, particolarmente tra le religioni che contano miliardi di seguaci, forse è giunto il momento di non tralasciare, se non altro per amore di verità,  di affermare con forza che se i cristiani, e particolarmente i cattolici, sono pronti a battersi il petto per errori e trasgressioni del passato e del presente, non altrettanto sono disposti a fare molti altri. Ecco, quindi, che gli aspetti più scabrosi, le incontrovertibili contraddizioni e durezze di certe religioni che si estrinsecano in atteggiamenti della massima intransigenza, vengono sottaciuti o negati malgrado la loro palesità. Talvolta, poi, questo avviene paradossalmente perfino da parte di esponenti che gravitano nell’orbita del mondo cattolico e della sua cultura, severissimi e zelanti nelle critiche alla Chiesa di Roma ma piuttosto distratti quanto a stigmatizzare aspetti inquietanti e discutibili di diverse confessioni. Verrebbe pertanto da chiedersi quando esponenti del mondo islamico ammetteranno con limpida onestà intellettuale, nonchè di coscienza, che troppo spesso nei territori dove vige la legge coranica non c’è posto per altri se non a prezzo di oppressione o peggio ancora che c’è una parte di quell’Islam, foss’anche una scheggia impazzita, che si richiama in modo aberrante a quella legge con effetti devastanti che tutti conosciamo. Ed ancora: quando, per esesempio, si evidenzieranno con la dovuta efficacia innanzi al mondo intero i recenti martirii di tanti cristiani avvenuti in nome di certo Induismo. Duole, inoltre, constatare che, perfino da parte dei fratelli Ebrei, ancora oggi, talvolta, non si perde l’occasione per polemizzare su eventuali colpe o presunti comportamenti omissivi dei cattolici, ma mai si ammette che nel terzo millennio non è certo la Chiesa di Roma ad impugnare il mitra facendo pellegrinaggi in carrarmato. In alcuni casi, infatti, quando il conflitto si fa armato, la difesa e l’offesa hanno confini molto labili e può essere facile passare dalla ragione al torto. Per non parlare dei tanti effetti collaterali di quei credo del tutto particolari composti da ateismo o agnosticismo. Entrambe queste realtà, troppo spesso, non solo in passato ma anche oggi, con rinnovata presa sugli intelletti, promettendo di fare dell’uomo una sorta di Prometeo libero ed indipendente, lo hanno poi svilito nell’intima essenza, trascurando l’esigenza di sopranaturale che lo caratterizza. Insomma, con fermezza, ma per solo amore di verità, visto ciò che osservo quotidianamente, vengo a dire con queste mie parole che vorrei proprio che quel “mea culpa”, quel riconoscere difetti e colpe passate e presenti, non restasse unilaterale espressione del credo e della cultura cristiana. Sarebbe un bel passo avanti verso un serio dialogo interreligioso ed un atteggiamento pacificatore. Cercare la pace non significa disconoscere la verità dei fatti, la strada è certamente impervia, ma certe scorciatoie e soprattutto certi compromessi pavidi portano solo a vicoli ciechi.