di Gianluca Barile
CITTA’ DEL VATICANO – ‘Attacco a Ratzinger’ (edito da ‘Piemme’), scritto a quattro mani dai vaticanisti de ‘il Foglio’, Paolo Rodari, e de ‘il Giornale’, Andrea Tornielli, è, senza ombra di dubbio, il libro del momento. I due autori, infatti, hanno svolto un eccellente lavoro di inchiesta per fare luce sull’origine delle calunnie e delle persecuzioni ai danni del Papa, ma anche per sollecitare la Chiesa ad una sorta di ‘mea culpa’ per non essere stata in grado di difendere adeguatamente il Sommo Pontefice. Un’opera, dunque, che merita la massima attenzione. ‘Petrus’ ha per questo intervistato Paolo Rodari.
L’attacco a Ratzinger, per parafrasare il titolo del libro, è destinato a durare nel tempo?
“Credo di sì. Benedetto XVI non ha paura di dire cose scomode. Di riportare il messaggio del Vangelo che è sempre una spada lanciata nel cuore del mondo. Per questo dà fastidio. Per questo disturba. Per questo c’è sempre e sempre ci sarà chi sarà pronto ad attaccarlo”.
Nel libro si parla chiaramente dei difetti di comunicazione che hanno riguardato diverse vicende (da Ratisbona alla revoca della scomunica ai Lefebvriani): il riferimento è a Padre Lombardi, alla Segreteria di Stato o a entrambi?
“Difetti di comunicazione ce ne sono, ma il libro non intende criticare padre Lombardi o la Segreteria di Stato in quanto tale. Padre Lombardi è un grande professionista, capace. Il problema, probabilmente, è strutturale. La Curia romana è organizzata in modo verticale. Manca la comunicazione orizzontale tra i vari Dicasteri e tra questi e il Papa. Ciò non permette che il governo della macchina sia fluido e veloce. Questa struttura, a mio avviso, non aiuta il Papa”.
Quale ‘scivolone’ ritiene sia stato più importante o grave in questi anni dal punto di vista della comunicazione?
“Non ce ne è uno in particolare. Personalmente non mi è piaciuta la blanda difesa di molti uomini di Chiesa del Papa quando veniva criticato per il Motu Proprio ‘Summorum Pontificum’. Lì la Chiesa in generale ha dato un cattivissimo esempio”.
Quale strategia comunicativa dovrebbe adottare la Santa Sede?
“Credo debba anzitutto esserci più raccordo tra il Papa e chi cura la comunicazione. Questa è la cosa più importante. Senza questo rapporto, ogni strategia non serve o serve poco”.
Quando si parla di attacco a Benedetto XVI che parte dall’interno stesso della Chiesa, ci si riferisce anche alla cosiddetta ‘area progressista’?
“Il Papa dà fastidio a molti fuori e dentro la Chiesa. Non c’è una sola ala che lo critica. Ad esempio quando scrisse l’Enciclica sociale venne criticato “da destra”, dai neoconservatori americani…”.
Quando e come è nata l’idea di questo libro?
“Mentre i giornali di tutto il mondo lo accusavano di aver insabbiato i casi di pedofilia nel clero. Niente di più falso”.
Che Lei sappia, come è stato accolto il libro negli ambienti vaticani?
“E’ ancora presto per dire. A me sono arrivati echi positivi”.