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Lettera a un seminarista
di Andrea Maniglia

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Due millenni non sono bastati

di Sergio Rolando

CITTA’ DEL VATICANO – Viviamo nel mondo della comunicazione globale ed istantanea, un mondo in cui idee, pensieri, filosofie, mode attraversano il globo con una velocità impensabile nelle epoche passate. Senza dubbio, il processo di comunicazione oggi è facilitato sia nella dimensione spaziale che in quella temporale, rendendo vicine o comunque meno remote civiltà e genti un tempo estremamente distanti. Eppure, ecco l’aspetto che sottopongo alla vostra attenzione, il messaggio di Cristo, partito dalla Palestina oltre 2000 anni fa, ancora non è giunto a miliardi di persone. Nè l’attuale facilitazione delle comunicazioni, accresciuta in maniera esponenziale, ha visto crescere in adeguata misura non dico i cattolici ma almeno coloro ai quali è stato portato il messaggio cristiano. Tante sono le considerazioni che possono scaturire da questa constatazione incontestabile, e troppo articolato ed impegnativo si farebbe il discorso qualora si volesse procedere ad un’analisi molto approfondita. Peccherei di megalomania e presunzione se volessi accingermi ad un’analisi così complessa. Voglio invece approfondire semplicemente due aspetti che, non me ne voglia il lettore, interpreto in maniera del tutto personale: primo, la resistenza, o meglio l’opposizione, che il messaggio cristiano incontra; secondo, l’inadeguatezza del processo di diffusione di questo messaggio che troppo spesso è affidato all’esclusiva cura di missionari, clero particolarmente zelante in tal senso e laici determinati ed irreprensibili nella loro coerenza di vita cristiana esemplare. Insomma, una preziosa falange di punta, ma piuttosto limitata rispetto alla Chiesa dei grandi numeri che sembra attestata su una vastissima retrovia. Sul primo punto è innegabile che una resistenza o una barriera può essere, tra l’altro, determinata oltre che da motivi politici e culturali, anche proprio dalle peculiarità del messaggio evangelico dal contenuto estremamente rivoluzionario; in altre parole, a molti Cristo fa paura; non a caso Giovanni Paolo II esortava con coraggio e veemenza: “Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo!”. Il secondo punto, che è quello che mi coinvolge maggiormente, lo sintetizzo in una domanda che faccio a me stesso e a chi legge: “Cosa faccio per portare a chi non è cristiano i contenuti del Vangelo?”. A  questo riguardo credo che in me, come in tanti che si professano cristiani, possano sorgere molte perplessità. Timidezza, pudore, rispetto umano ed altro tendono troppo spesso a relegare la fede in una sfera piuttosto intima, quasi fosse qualcosa da tenere tutta per noi; la qual cosa è palesemente una contraddizione in termini rispetto a quella che definiamo “buona novella”, che di per sè dovrebbe essere diffusa con entusiasmo per portare agli altri le ragioni del nostro ottimismo e la risposta definitiva ai più profondi interrogativi. C’è poi troppo spesso la nostra incoerenza che vanifica la presa del messaggio cristiano su chi cristiano non è. Come dire, un cristiano tiepido, un cristiano che si vergogna di esser tale e, soprattutto, un cristiano che lo è solo di nome ma non di fatto, non ha certo molte probabilità di portare qualcuno sulla strada della fede. Infine, colgo un altro aspetto che caratterizza in particolare la società occidentale, che si definisce più evoluta ed “aperta”: in nome del dialogo, della tolleranza, della discrezione, del rispetto delle altrui congetture e religioni si rinunzia aprioristicamente a diffondere il cristianesimo. Osservo che talvolta gli stessi sacerdoti o tanti autorevoli esponenti del mondo cattolico sembrano soprattutto preoccupati di tutelare una sorta di perfetta ‘par condicio’ tra le religioni o di preservare un perfetto equilibrio del rapporto laico-cattolico, assillati come sono dall’incubo di passare per fondamentalisti. Assai meno, al contrario, si spendono e s’infervorano per argomentare sulla Parola di Cristo e per diffonderla con i fatti. Indubbiamente, ci sono delle ombre sulla coscienza di tanti tra noi che si dicono cristiani, e pertanto dobbiamo cogliere come una provvidenziale provocazione la constatazione che due millenni non sono bastati per portare Cristo ai nostri fratelli.