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L’inferno esiste ed è eterno
di Maurizio Fois

Quando l’Eucaristia è vittima dei satanisti
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Gli Ordini dei Canonici Regolari: numeri e abiti
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Sul valore teologico del Concilio Vaticano II
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Se anche le altre religioni recitassero il ‘mea culpa’
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Il Generale e la cappella del disonore
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La Grazia e il Peccato, nostro pane quotidiano
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Lettera a un seminarista
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Pompei, dove la Madonna appare ai cuori
di Padre Antonio Rungi



La prudente sollecitudine per il bene comune di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI

di Mauro Bontempi

CITTA’ DEL VATICANO – “Dobbiamo constatare con amarezza il rischio di un progressivo deterioramento di quel clima di fiducia e di collaborazione tra le Nazioni che dovrebbe invece caratterizzarne i rapporti”. È Benedetto XVI a denunciare la crescente tensione sullo scacchiere internazionale durante l’Angelus del 24 agosto. Risuonano ancora le vibranti parole del Pontefice dell’estate scorsa. Era il luglio di un anno fa quando, di fronte a nuove voci di una riviviscenza della Guerra Fredda, il Papa levò la sua voce: “In questo stupendo “giardino” che è il mondo, si aprono spazi di inferno”. In altro contesto i recenti fatti di grave intolleranza anticristiana hanno indotto Monsignor Dominique Mambertì, segretario per i Rapporti con gli Stati, a sensibilizzare la comunità internazionale nella lotta contro tutte le forme di discriminazione religiosa, senza dimenticare quelle nei confronti dei cristiani, ritenute, a torto, meno gravi di molte altre. L’ultimo caso, in ordine di tempo, è la gravissima situazione della comunità cristiana dell’Orissa, in India. Ripercorrendo velocemente la storia del secolo appena trascorso e dei primi, tortuosi, anni del nuovo millennio, è evidente una certa sistematizzazione della “politica estera” della Santa Sede durante il pontificato di Giovanni Paolo II. È inutile ricordare che l’universalità della Chiesa spingerà sempre, per vocazione diretta, il pensiero, l’opera e la missione del Pontefice ‘ad gentes’. Con Giovanni Paolo II si è parlato di una cosiddetta Dottrina Sociale Internazionale (Sacco di Albiano, 2004). Essa poggia su due fondamenti: per un verso la ferma convinzione che la Chiesa ha l’autorità per orientare eticamente l’azione politica mondiale in forza del principio della integralità e universalità della salvezza, una salvezza meno proclamata e più attiva e operante nella società; dall’altro, la scelta forte da parte della Chiesa per “il superamento degli intralci che, per eccesso o per difetto, si frappongono allo sviluppo, e la fiducia per una vera liberazione” (Sollicitudo Rei Socialis, n. 47) dalla miseria, dalla guerra, dall’oppressione. “L’umanità, di fronte a una fase nuova e più difficile del suo autentico sviluppo, ha bisogno di un grado superiore di ordinamento internazionale, a servizio delle società, delle economie e delle culture del mondo”. Senza riforme strutturali capaci di alimentare forme di auto-sviluppo, il concetto stesso di sviluppo viene minato. Del resto, ha ricordato spesso Giovanni Paolo II, capitalismo e collettivismo costituiscono due forme imperfette di sviluppo le quali, senza correttivi ispirati da superiori istanze etiche, non porteranno mai ad una piena realizzazione di un concetto autentico di sviluppo, si direbbe oggi, “sostenibile”. Wojtyla, del resto, “blinda” il termine “sviluppo” con l’aggettivazione “etico”. La scelta per lo sviluppo mondiale non è una operazione meramente economica, ma una pratica morale: “un imperativo etico, non solo per i credenti”. Si torna a quella che sulle colonne di Petrus abbiamo definito “la rivoluzione copernicana” di Giovanni Paolo II: il nuovo umanesimo cristiano che informa ogni manifestazione dei figli di Dio. Una “supplenza etica planetaria” (Sacco di Albano): efficacissima sintesi del ruolo che Giovanni Paolo II ha ritagliato all’attività internazionale della Santa Sede. Nel momento in cui la “democrazia” vacilla, interviene la “comunione” cattolica. Con una intuizione semplice ma molto pregnante, il Papa polacco ha più volte ribadito come il concetto di democrazia, nella sfera sociale, corrisponda, sublimato, a quello di comunione nella Chiesa di Cristo. Un fedele laico è chiamato a questa missione: “umanizzare” la società attraverso una convincente testimonianza ad ampio raggio nei movimenti, sui quali Giovanni Paolo II ha molto “investito” durante il Pontificato, e seguendo, con impegno costante e duraturo, il percorso del dialogo interreligioso e dell’unità dei carismi, argini forti contro ogni fondamentalismo: “pace tra le religioni, pace tra i popoli”. “Il cristianesimo è stato decisivo per la diffusione della consapevolezza che i popoli tendono ad unirsi non in ragione di vicende politiche, di progetti economici o in nome di un internazionalismo ideologico, ma perché tale è la volontà delle singole persone e dei popoli”. Così il Cardinale Renato Raffaele Martino intervenendo ad un convegno nel 2003. “La forza unitiva espressa dal cristianesimo non relativizza o distrugge le differenti e peculiari caratteristiche di ogni popolo, ma anzi ne favorisce l’espressione”. La Comunità Internazionale, concludeva quindi Martino, già Osservatore permanente della Santa Sede presso il Palazzo di vetro dell’Onu, deve essere considerata con una comunità di popoli, nella quale il principio giuridico fondamentale, ancor prima del ‘pacta servanda sunt’, rimanga quello della buona fede ed in cui il metodo democratico costituisca il sistema organizzativo umanamente migliore. Nel secondo dopoguerra l’umanità ha cercato una nuova “grammatica” di base per la convivenza pacifica tra i popoli. L’ha trovata con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948. Tali diritti, si è sancito durante la Conferenza delle Nazioni Unite di Vienna del 1993, sono validi ‘erga omnes’ (confermando così la posizioni di Giovanni Paolo II, per il quale l’intera normazione denominata “diritti umani” doveva essere ontologicamente legata ad un common understanding, “definitivo punto di riferimento dove la libertà umana e la solidarietà tra gli individui e le culture si incontrano e si arricchiscono vicendevolmente”). E’ estremamente valida, a tal proposito, per Giovanni Paolo II e Benedetto XVI la seguente sintesi del magistero sociale internazionale: l’appello alla comunità internazionale a scoprire ed affermare che gli esseri umani hanno la necessità ed il diritto a qualcosa di più che l’aria e l’acqua non inquinate, qualcosa di più che il progresso economico e tecnologico. Gli essere umani sono anche fragili, ed un allarme va suonato contro l’inquinamento delle menti e la corruzione dei cuori, sia nei Paesi sviluppati che nei Paesi in via di sviluppo. La disseminazione dell’odio, della falsità e del vizio, il traffico e l’uso di narcotici, l’aureferenzialità senza scrupoli che disdegna i diritti degli altri – ivi inclusi quello alla vita – sono tutti fenomeni che non possono essere gestiti e misurati con strumenti tecnici, ma i cui effetti a catena distruggono gli individui e le società. “Ora più che mai, certo più che nei secoli passati, siamo intesi a servire l’uomo in quanto tale e non solo i cattolici; a difendere anzitutto e ovunque i diritti della persona umana e non solamente quelli della Chiesa cattolica. Le circostanze odierne, le esigenze degli ultimi cinquant’anni, l’approfondimento dottrinale ci hanno condotto dinnanzi a nuove realtà…. Non è il Vangelo che cambia: siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio”. Le parole di Giovanni Paolo II esprimono la “prudente sollecitudine per il bene comune” che la Santa Sede e la sensibile cura pastorale di Benedetto XVI sono chiamati a testimoniare nelle vicende di un mondo sempre più orfano di testimoni credibili, eticamente responsabili e rettamente consapevoli delle vere urgenze dei figli dell’unico Dio.