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Addio Abdoul, piccola vedetta ‘italiana’
di Luciano Nicastro
CITTA’ DEL VATICANO – La via dell’integrazione degli immigrati italiani ha ora anche i suoi Martiri e non solo le sue croci. E’ stato ammazzato a sprangate a Milano, capitale economica d’Italia, per un pacco di biscotti sottratto ad un negozio vicino alla stazione centrale, un giovane di 19 anni che sognava un’Italia multiculturale in cui vivere bene e in pace. Qualcuno ha scritto che il razzismo non c’entra e che è invece una storia di ordinaria follia, di esasperazione per le continue rapine e la continua quotidiana violenza che dimora e prospera nelle nostre città. (cfr. Lorenzo Mondo, Non il razzismo ma la violenza, in La Stampa, 21 settembre 2009, p. 32). Abdoul (nella foto) era un figlio di immigrati venuti dall’Africa, dal Burkina Faso, e ora da “cittadino italiano” viveva e agiva, dietro l’esempio dei suoi compagni italiani, attirato dal luccichio delle loro bravate, che purtroppo sono di moda nei nostri adolescenti. E’ morto così, come uno dei nostri ragazzi. Egli ne rappresenta, in versione umanissima, il volto fragile e spaurito, quello di un giovane italiano deluso da una società consumista nella quale si parla tanto di questione giovanile ma non si fa ancora nulla. La sfida dell’educazione è quindi ancora dietro l’angolo. Ci aspetta al varco: nella famiglia, nella Scuola, nella Chiesa e nella Politica. La domanda di fondo che interpella tutti in questo momento è la seguente: quanto vale la vita di un giovane immigrato nel nostro Paese? Molti arrivano con le carrette del mare e perdono la vita. Altri finiscono per perdere la loro dignità e la possibilità di un cambiamento di vita. Purtroppo il vento che soffia in questo periodo non aiuta questi pensieri né costituisce una via per fraternizzare, perché predomina in tutti i sensi, anche a livello di società e di governo, la politica “rampante” dei leghisti Maroni, Borghezio, Bossi… L’Italia non è razzista per cultura storica e radici cristiane, ma l’odio e il razzismo sono oggi seminati ormai a piene mani da minoranze neo-fasciste con le loro spedizioni squadristiche e punitive negli stadi e nelle vie. Abdoul, per certi aspetti, rappresenta anche la nostra cattiva e inquieta “coscienza” che non riesce ad affrontare in modo serio, equilibrato e programmato la questione sociale ed educativa di una vera integrazione “italiana”, accogliente, dolce e umana, a partire dai ragazzi, siano essi regolari o clandestini. Oggi “gli immigrati di seconda generazione”, come Abdoul, si trovano di fronte a un “muro di diffidenza” culturale, politica, morale e “legale” ma non religiosa con la legge Bossi-Fini e con i nuovi e recenti provvedimenti governativi della cosiddetta “stretta Maroni” sull’immigrazione. Gli immigrati sono quindi costretti a scegliere “vie individuali” di arrangiamento e di sopravvivenza, di galleggiamento e non di integrazione perché sono precluse quelle collettive di solidarietà istituzionale sui temi della formazione per il lavoro e lo sviluppo, della sicurezza sociale per un’accoglienza umana aperta ad una integrazione civile e democratica mediante una legalità “giusta”, diffusa e garantita a tutti in modo eguale, siano essi indigeni o immigrati, nei vari territori del nostro Paese. E’ rivelativo a riguardo persino “l’eccidio di Castel Volturno”, in Campania, nel quale sei immigrati africani sono stati assassinati dalla camorra perché avevano trasgredito agli ordini della criminalità organizzata e dei loro capi per quanto riguarda il pizzo, la droga e la prostituzione. L’Anti-Stato è sicuro come non mai, si muove con rapidità e si permette di eseguire le sue condanne a morte in modo efficace ed eclatante. Per una concreta politica di “sicurezza democratica” ci vuole maggiore intelligence, più mezzi e un più efficace coordinamento delle forze dell’ordine nei territori, con una decisa rinascita ed una forte ripresa a tappeto dei “presidi territoriali di polizia”. Nel Sud ci sono, ad esempio, Stazioni dei carabinieri senza organici né strutture per presidiare, prevenire e reprimere violazioni, rapine, stupri… Qualche maresciallo isolato non fa certo paura alla criminalità organizzata, ai suoi capi e al suo caporalato. Ci vuole un salto di qualità, una inversione di marcia e di stile nella politica governativa sulla sicurezza. Ci vuole maggiore sobrietà e incisività “silenziosa”: meno clamore mediatico e più azione in profondità, utilizzando l’associazionismo democratico di tipo civile e sindacale. Gli immigrati devono avere la chiara percezione che lo Stato democratico è ormai dalla loro parte anche se sono clandestini. Bisogna cambiare in profondità l’approccio al problema e incominciare a depenalizzare da subito “il reato di clandestinità” e trasformarlo in reato amministrativo quando il clandestino non è stato colto in flagranza criminale, come ho proposto in un mio studio (cfr. “Fratello immigrato”, EdiArgo 2006). Derubricando finalmente questo fenomeno sociale, e accompagnando il clandestino verso l’emersione nella legalità, si favorirebbero il primato logico e politico della cultura della civiltà democratica e l’integrazione nello sviluppo economico e sociale del Paese. Ma in tutt’altra direzione si muove il Governo con la creazione di 10 nuovi centri per immigrati clandestini e con l’inasprimento delle “regole” per i rifugiati e per i ricongiungimenti familiari. Due decreti legislativi per evitare, secondo il Ministro Maroni, “le scene viste nelle banlieu in Francia…” (Avvenire 24 settembre 2008, p. 11). La posizione a riguardo espressa dai Vescovi non viene ancora tenuta in considerazione. Né quella dell’Arcivescovo di Capua, Monsignor Bruno Schettino, che dopo l’eccidio di Castel Volturno aveva parlato di “una grande ricucitura del tessuto sociale” fatta di dialogo e di accoglienza per contrastare “il disagio della povertà, cioè la mancanza di casa, di lavoro e di cibo” (cfr. Avvenire, 21 settembre 2008, p. 9). Né quella autorevole del presidente della CEI, il Cardinale Angelo Bagnasco, che aveva recentemente auspicato, nella sua prolusione al Consiglio Permanente della Conferenza episcopale italiana, di cercare “rimedi sempre compatibili con la nostra civiltà” e di considerare “gli irregolari sempre nostri fratelli”. (cfr. Avvenire, 23 settembre 2008, p. 7). Anche questa volta la Chiesa, in Italia, “laicamente” non richiede cieche obbedienze né privilegi corporativi, ma cerca di incontrare il cuore di una politica alta e adeguata alle sfide che il Paese sta affrontando nel campo delle nuove emergenze sociali avvertite dalla gente, e precisamente quelle relative alla famiglia, alla gioventù, alla scuola e all’immigrazione. La politica istituzionale si confronti quindi laicamente e senza pregiudizi con la Chiesa, dialoghi con il mondo cattolico sul piano culturale e civile alla ricerca di soluzioni più valide e adeguate da tradurre in modo autonomo in leggi di bene comune. La Chiesa cattolica è una Chiesa per servire e non una potenza per contare, una realtà pastorale di dialogo e di promozione umana e non certo il megafono del teatrino della politica quotidiana. Le sue mire non sono perciò egemoniche, ma hanno come scopo quello della difesa del popolo italiano e delle sue radici etiche e religiose come garanzia di ancoraggio di antica e nuova civiltà multi-culturale, senza con ciò escludere altri contributi di progresso e una ricca e più ampia pluralità di apporti.
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