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Scuola pubblica ‘low-cost’
di Luciano Nicastro
CITTA’ DEL VATICANO – Sulla sfida educativa che sale nell Paese si continua a sbagliare con risposte inadeguate di metodo e di merito. Si annunciano riforme “semplici”, a colpi di decreti legge e di circolari ministeriali, su questioni complesse di pedagogia e didattica in palese contraddizione con il principio della libertà di insegnamento, su quello dell’Autonomia scolastica e della gestione sociale della Scuola. Si introducono elementi di discontinuità nei contenuti, che mettono in discussione le radici, i valori e il senso culturale di una Scuola per l’Italia, come ha chiaramente indicato sul Corriere della Sera Ernesto Galli Della Loggia. Dopo la propaganda riformistica della Scuola delle tre I e di quella delle tre E, si introducono come finalità di sistema le nuove parole chiave: autonomia, merito, disciplina e ordine. Si dimentica che il corpo della Scuola ha perduto in questi anni la sua tensione spirituale e culturale, indossando i panni del funzionalismo pragmatico e dell’utilitarismo di scopo. La Scuola è alla ricerca della sua anima e di un modello teorico-pratico, efficace e formativo, che porti alla buona educazione complessiva e alla qualità etica della cittadinanza. Bisogna però partire dalla constatazione realistica che il sistema della Scuola Pubblica, sia Statale che “paritaria”, è ormai arrivato ad un livello minimo di sussistenza e di credibilità perché non ha i mezzi sufficienti per svolgere con dignità la sua funzione e la sua missione civilizzatrice. Mancano soldi, strutture e supporti, e non ci sono trasferimenti finanziari “certi e sicuri” sia alla Scuola Statale che a quella paritaria. In questa situazione, l’alternativa è quella di sopravvivere e non di vivere bene. Non basta quindi razionalizzare la spesa e risparmiare sugli stipendi, bisogna investire di più nella Finanziaria sulla voce “Scuola, formazione e ricerca”, assegnando a questo capitolo del Bilancio dello Stato “il doppio” della dotazione dell’esercizio precedente sia per le spese correnti degli stipendi al personale che della ordinaria gestione e della auspicata innovazione. In questo senso è convincente l’analisi di Pietro Citati e chiara la sua tesi: “Nessuno può insegnare con 1.200 euro al mese” (cfr. Repubblica, 2 settembre 2008, p. 26). E’ troppo semplice e fuorviante, quindi, l’impegno dichiarato di voler lottare contro gli sprechi, che di per sé è un compito permanente della Pubblica Amministrazione, ed è semplicistico auspicare un ritorno al mero passato nel modello educativo per una società che è entrata nel futuro ma non ha ancora superato i problemi di una strutturale e ordinaria ineguaglianza e di una forte diseguaglianza sociale nelle due aree del Paese. Se il Ministro Bossi “spara” sui professori “meridionali” accusandoli di essere razzisti e inadeguati, non può essere accettato che la moderata Gelmini, Ministro dell’Istruzione, accusi i professori del Sud di essere la causa dei ritardi della Scuola Italiana per la loro scadente preparazione. In questo modo il Governo esprime un coro preoccupante di estraneità rispetto ai territori e ai servizi, una scelta “collegiale” di separazione e di attacco, non una terapia responsabile di coinvolgimento, di risanamento e di svolta culturale e riformatrice. La causa di tutto non possono essere i docenti, gli studenti e le loro famiglie. La Scuola non funziona per una lunga politica scolastica sbagliata e per una disattenzione anche economica al rapporto tra Stato e Scuola, tra Società e servizio pubblico dell’educazione. E’ ancora fuorviante, dunque, l’analisi parziale, ed è sbagliato l’approccio di parte. E’ troppo comodo “fare le prediche dal pulpito degli altri” sul rapporto ottimale tra Docenti e Scuola, tra politica e società, tra Scuola e Gioventù, e poi portare avanti una offensiva sistematica contro un’intera categoria che svolge la propria funzione nella sua stragrande maggioranza con spirito di sacrificio e con impegno generoso sia nella scuola statale che in quella paritaria. Se la Scuola non appassiona più di tanto alunni, famiglie e professori vuol dire che siamo arrivati “alla frutta”, cioè si è conclusa, e se ne dovrebbe prendere finalmente atto, la lunga stagione delle “Riforme di parte”, annunciate da ogni Ministro “di turno” e destinate periodicamente a creare soltanto ulteriore confusione verbale e reale nell’essere e fare scuola. Viene da pensare che “sotto sotto” la strategia del Governo sia alla fine una Scuola Pubblica “low-cost”. Ci sono segnali evidenti, purtroppo, che con questo andazzo nella Società avanzi a piccoli passi un “autunno caldo” che interesserà anche la Scuola, dopo il mondo del lavoro, degli immigrati e delle famiglie povere. Sulla questione della Scuola Pubblica (statale e paritaria) sarebbe stato più serio, più giusto ed equilibrato cercare nuove vie di democrazia associativa, di corresponsabilità istituzionale, senza consociativismo “strisciante”, con una nuova e trasparente dialettica “civile” e “parlamentare” fra opposte “scuole di pensiero”. Può essere illuminante un esempio. Il ritorno al “Maestro Unico” nelle Elementari non può essere giustificato solo sul piano del risparmio del monte “stipendi”, come sostengono taluni, né può essere motivato in nome del progresso e della proliferazione dei saperi nella nuova società della comunicazione, come sostengono altri dimenticando che lo scopo della Scuola di base non è quello di riempire le teste ma di formarle. C’è spazio, in realtà, per una terza via in termini di responsabilità educativa “nuova e maieutica”: il maestro unico aiutato da una équipe qualificata di sostegno con laboratori di plesso e di scopo. Razionalizzare è giusto, ma la razionalizzazione non può essere fine a se stessa e non può essere finalizzata nemmeno alla strategia liberistica della privatizzazione (anche con la suggestiva ma vuota idea della “Fondazione culturale”). L’obiettivo strategico, secondo il dettato costituzionale, deve essere, sia nella lettera che nello spirito, una Scuola Pubblica di qualità aperta a tutti con un rapporto educativo gestibile tra maestro e alunni in classi non numerose. La riduzione “ragionieristica” degli operatori scolastici (educatori, docenti e personale ausiliario) non è un risparmio ma una insipienza perché abbassa la qualità dell’offerta educativa riducendo lo spazio di socializzazione alla pratica burocratica dello stretto dovuto senza innalzare le condizioni minime di funzionalità del sistema e impedendo iniziative di riforma dal basso. Sarebbe stata una svolta in termini di novità politica e metodologica se la gentile Ministro Gelmini avesse proposto, e può ancora farlo, un’ampia riforma della Pubblica Istruzione proposta e condivisa da una potenziale maggioranza “qualificata” (dei 2/3!), magari preceduta da una “Commissione parlamentare di indagine sullo stato della P. I.” e accompagnata da un ampio dibattito e da un confronto nella società e nelle città, fra gli studenti, i professori e le famiglie sul futuro preferibile della Scuola italiana. In questo modo non si adeguerebbe la Scuola allo schieramento politico che governa il Paese, come spesso si è fatto, ma alla sua storia, alla sua cultura, alle sue radici e alla sua paideia civile. Esaltare l’appartenenza “politica” e coltivare la lusinga degli interessi “costituiti” serve solo a fortificare il corporativismo delle tribù ma impedisce una vera coesione sociale, etica e democratica del Paese, oscurandone l’identità spirituale e nazionale. Una Scuola Pubblica “low-cost” non aiuta, quindi, la rinascita spirituale, educativa e culturale di una Italia “democratica”. Il primo modello positivo è, infatti, “costi quel che costi”, una buona scuola che “funzioni ed appassioni” non perché è pregiudizialmente selettiva e meritocratica, ma perché si pone in modo serio al servizio dei cittadini e del loro diritto allo studio che, come diceva Don Milani, non è una concessione ma una dotazione di merito “umano”, per nascita e diritto costituzionale. Ha ragione Giovanna Zucconi quando scrive che “vorremmo, nella scuola e non soltanto nella scuola, un ritorno al futuro… vorremmo sapere quali mezzi, quante risorse sono destinate all’istruzione, ora che abbiamo appreso che il 97% del bilancio ministeriale va in stipendi agli insegnanti e al resto del personale: e qualche briciola appena all’innovazione, agli investimenti, appunto al futuro” (cfr. G. Zucconi, “Non basta dare i numeri”, in La Stampa, 29 agosto 2008, p. 37). Come ha messo in evidenza Nicola Ostuni citando un famoso studio pubblicato dalla Banca d’Italia, “i divari territoriali nella preparazione degli studenti italiani… sono da attribuire agli studenti provenienti da famiglie svantaggiate… le differenze e le loro cause andrebbero ricercate, ancora una volta, nei profondi squilibri socio-economici esistenti tra le due aree del Paese, tra il Nord e il Sud”. (cfr. Repubblica, 31 agosto 2008, p. 30). Nasce così il sospetto che una Scuola Pubblica “low-cost” sia un’imitazione al ribasso della tradizione conservatrice “americana”. Allora addio Scuola Democratica Italiana “del merito e del bisogno”.
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