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L’Onnipotenza di Dio è l’Onnipotenza dell’Amore
del Cardinale Angelo Comastri

L’inferno esiste ed è eterno
di Maurizio Fois

Quando l’Eucaristia è vittima dei satanisti
di Stefano Cropanese

Gli Ordini dei Canonici Regolari: numeri e abiti
di Daniele Di Sorco

Sul valore teologico del Concilio Vaticano II
di Don Curzio Nitoglia

Se anche le altre religioni recitassero il ‘mea culpa’
di Sergio Rolando

Il Generale e la cappella del disonore
di Gianluca Barile

La Grazia e il Peccato, nostro pane quotidiano
di Luciano Nicastro

Lettera a un seminarista
di Andrea Maniglia

Pompei, dove la Madonna appare ai cuori
di Padre Antonio Rungi



Sponsa Christi

di Seripando

CITTA’ DEL VATICANO – In principio c’era Scolastica, poi venne Chiara ed altre Sante donne che decisero che “sepolte vive” avrebbero amato ancora di più lo Sposo e servito la Chiesa. Ad Avila, Teresa, di fronte al dilagante lassismo, ispirata dall’Alto, promosse una grande riforma: doppie grate, tende e veli sui volti. I tempi mutarono, le esigenze mutarono, anche le suore mutarono o, meglio, ne nacquero di nuove: ci pensò Luisa de Marillac, anch’essa ispirata: e così stuoli di vergini si presero cura dei più derelitti. I tempi mutarono ancora e con essi le esigenze: Giacomo Alberione non si fece trovare impreparato… se ne inventò davvero tante… di suore, che poi, quando il beato Fondatore non ci fu più, seppero camminare bene da sole… “familiarizzando cristianamente” – ovviamente – coi tempi: gonne davvero corte (per delle spose di Cristo), maniche corte, veli alle ortiche! Ma questo non era ancora tutto: vennero le cosiddette suore laiche! Oh sì, le appartenenti ai più disparati Istituti secolari o movimenti di vergini consacrate. Ovviamente costoro non possono portare alcun segno distintivo: devono confondersi nella massa per farla lievitare dal di dentro… salvo poi far lievitare anche le proprie impeccabili acconciature… come ha insegnato incontrastata una certa signorina eternamente sorridente, quasi avesse una paresi. Quando i superiori mi inviarono a studiare nella città eterna ebbi modo di incontrare una miriade di suore; ahimè, lo devo ammettere: soprattutto le italiane quasi tutte scostumate. Sì, non ce ne era neppure una che incontrandoti per strada, in bus, in metropolitana, nei corridoi della facoltà, avesse avuto la buona educazione di dirti: “Ciao!” o “Buon giorno!”. Questa evidentissima scostumatezza non era dettata da verginale pudore o monastica riservatezza. No, niente di tutto questo. Le grintose sorelline con ai piedi gli ottimi sandali acquistati in farmacia e il griffatissimo zainetto erano intente a recarsi spedite in Facoltà, dove forse finalmente avevano  conseguito la loro parità sessuale ed ecclesiale con i giovani leviti. La grinta era maggiore se le vedevi percorrere il tragitto inverso, ovvero verso il convento. Lì avrebbero ritrovato le loro anziane e soprattutto ignorantone consorelle, una massa anonima di Bertille santificate dalla quotidiana abnegazione alla comunità; e avrebbero ancora una volta dato sfoggio della loro pseudo-cultura inviando al contempo – per l’ennesima volta – il messaggio: i tempi sono mutati…! Ecco, allora, che qualcuno fin troppo appassionato per le rivendicazioni della vita religiosa femminile decide, per passione della verità, di indire un concorso di bellezza per le nostre suorine. Che compassione!!! Immaginiamo Rita da Cascia, Teresa Benedetta della Croce, Caterina da Siena o, se è più semplice, la cara vecchia suorina che ci ha fatto l’asilo e poi ci ha preparato a ricevere la prima Santa Comunione, fare la fila per iscriversi al concorso… Che pena! E anche se – come tardivamente ha fatto – il promotore di tale idea bizzarra (a dir poco) ha specificato che tale concorso di bellezza si riferiva allo spirito/spiritualità per rilanciare la vita religiosa femminile, lo sconcerto non è da meno. Le vocazioni – lo ha detto Gesù – si ottengono ”rogando”, pregando con insistenza e vivendo con coerenza il carisma del proprio istituto di appartenenza, non ballando con scarpette da ginnastica NIKE o scorrazzando in Internet promuovendo concorsi vari. Alle care religiose, a cui sentiamo di portare un grande affetto e verso le quali crediamo di avere un gran debito per tutto il bene che compiono nella Chiesa e per la Chiesa, chiediamo con umiltà, ma con fermezza, di restare se stesse. Chiediamo loro di tornare a vivere come Maria e come le pie donne che seguivano e servivano Gesù: nell’umiltà e nel nascondimento. Questo invito non è un rigurgito medievale di misoginia, bensì un aiuto fraterno per vivere la propria vocazione. La suora deve avere ed ha degli spazi di apostolato dove solo lei può efficacemente operare grazie alla sua femminilità esaltata dalla consacrazione religiosa. Ambiti che – ci sembra -le giovani religiose italiane trascurano sistematicamente: gli asili, le catechesi ai bambini, l’assistenza agli ammalati. Tante giovani suore italiane sembrano smaniose di visibilità e notorietà e sono pronte, pur di ottenerle, a recarsi ovunque e fare qualunque cosa. Domando: quante vocazioni avrà attirato in convento la suora sportiva? Quante, invece, la cuoca scrittrice di ricette? Sorelle, siate suore! Perché così vi vuole Gesù, del quale siete spose. Perché così vi vuole la Chiesa, di cui siete serve. Perché così vi vogliono il bambino, l’ammalato, il giovane, l’adulto, di cui siete sorelle e madri. Non abbiamo bisogno di suore super-tecnologizzate, addottorate, motorizzate e, tantomeno computerizzate: abbiamo bisogno di nuove Maddalene che ci dicano e ci testimonino che Gesù è risorto. Ve lo auguriamo e ce lo auguriamo!