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Stati Uniti e Santa Sede: destini incrociati
di Mauro Bontempi
CITTA’ DEL VATICANO – La diplomazia ha una sua semiotica, il cui habitat naturale si ritrova nel cosiddetto “cerimoniale”, un sistema normativo regolato da codici che spesso si rifanno alla tradizione cortigiana dei primi Stati moderni. Ogni deroga a queste procedure, sia pur piccola e apparentemente ininfluente, è spesso più evidente e dirompente di complesse dichiarazioni ufficiali. Storico fu il mancato incontro tra Hitler e Pio XI. Al suo arrivo a Roma nel 1938, il Fuhrer non trovò il Pontefice, ritiratosi proprio in quei giorni (et pour cause), per ritemprarsi dalle incombenze papali, presso la residenza di Castel Gandolfo. Secondo tradizione, e senza eccezione per alcun visitatore “speciale”, Hitler trovò serrati anche i cancelli dei Musei Vaticani. Un gesto chiaramente ostile ma formalmente inappuntabile. Molto più spesso, in particolare durante il Pontificato di Giovanni Paolo II, il protocollo è stato infranto per segnalare la straordinarietà positiva di un evento o di una circostanza. Parafrasando il titolo di un noto libro di Giuseppe Mammarella, mutatis mutandis, si può parlare di “destini incrociati” fra Santa Sede e Stati Uniti. Percorsi tortuosi ed accidentati che la Provvidenza ha condotto quest’anno ad un livello mai raggiunto nel passato. Segnato da due precisi eventi: il viaggio di Benedetto XVI negli Stati Uniti (15-21 aprile 2008) e la visita del presidente Bush in Vaticano del 13 giugno, a commento della quale l’Osservatore Romano poteva titolare, su tre colonne: “Un incontro familiare all’insegna dell’amicizia”. Amicizia non meno intensa e genuina era stata apertamente manifestata dallo stesso Bush in occasione del viaggio pastorale di Benedetto XVI negli USA. Per la prima volta, un Presidente americano aveva accolto in aeroporto il Successore di Pietro, riservando alla sua visita alla Casa Bianca un trattamento del tutto particolare. Per la storia dei rapporti fra Stati Uniti e Santa Sede, questo scambio di gesti assume un significato realmente storico. In un certo senso si tratta del suggello definitivo all’esistenza di eccellenti rapporti diplomatici fra l’ex colonia inglese e la Sede Apostolica. A differenza di quanto comunemente si suppone, solo dal 1984 gli Stati Uniti hanno una propria ambasciata presso il Vaticano. Ad onor del vero, rapporti informali fra i due soggetti vi furono sempre e, tutto sommato, anche dal punto di vista diplomatico non mancarono fasi contraddistinte da costanti forme di relazione. Già nel 1788 un delegato di Pio VI incontrò a Parigi il rappresentante diplomatico della giovane Repubblica, Benjamin Franklin. Nel preambolo della propria carta fondamentale il popolo degli Stati Uniti sanciva la volontà di costituirsi allo scopo di “salvaguardare per noi e per i nostri posteri il bene della libertà”. In forza di questo principio assoluto, Franklin poté rassicurare il Pontefice: nessuna opposizione vi sarebbe stata da parte del governo americano nei confronti delle nomine del Papa il quale, tosto, nominò il gesuita John Carroll primo vescovo cattolico degli Usa. L’andamento dei rapporti fra Santa Sede e Stati Uniti prima del 1984 si può suddividere in 4 macro-fasi. La prima segnata da un progressivo rafforzamento della presenza diplomatica, interrotta bruscamente nel 1867 dal mancato rifinanziamento della missione da parte del Congresso. Seguirono anni di assenza totale di formali rapporti sino almeno alla presidenza Roosevelt e all’elezione del “sincero amico” Eugenio Pacelli. Mentore il Cardinale Spellman, i rapporti goderono di un rinnovato slancio ma di breve durata, con la nomina di Myron Taylor a rappresentante personale (con il rango di ambasciatore) del Presidente degli Stati Uniti presso la Santa Sede. Con la fine della guerra i rapporti si incanalarono su un binario morto. Il Congresso impedì a Truman di confermare la presenza in Vaticano. Fu Nixon a ripristinare una forma, per quanto minima, di rappresentanza diplomatica presso la Sede nel 1970 che non contrastasse con la legge di spesa del 1867: furono gli anni degli ambasciatori senza emolumento. Sebbene, infatti, la costituzione americana attribuisca al Presidente il diritto di nomina degli ambasciatori, il finanziamento delle missioni deve essere approvato dal Congresso. Quel “no” di oltre cento anni prima, rinsaldato dall’ostilità di una fetta consistente dell’opinione pubblica americana (decisiva la componente evangelica e battista), impedì ancora il rafforzamento delle relazioni diplomatiche. Così come le avversità interne ed internazionali non impedirono a Myron Taylor di svolgere un ruolo a tutto campo nell’Europa lacerata del conflitto mondiale grazie alla perfetta collaborazione con la Sante Sede, così la Provvidenza ha permesso che la voce “ufficiale” degli Stati Uniti rimanesse pressoché muta quand’anche l’inquilino della Casa Bianca era il cattolico ma prudente Kennedy! Saranno gli anni Ottanta a segnare la svolta nelle relazioni fra Stati Uniti e Santa Sede. La convergenza personale, ideale e politica di Ronald Reagan e di Karol Wojtyla consentì di abbattere anche il muro pregiudizialmente negativo dell’opinione pubblica americana in un momento decisivo della Guerra Fredda. Il democratico Roosevelt, nel 1940, considerò il colle Vaticano una postazione privilegiata ed un punto di snodo strategico dal punto di vista informativo; giunto alla Casa Bianca, il repubblicano Reagan, quarant’anni dopo, comprese che l’unica strategia vincente per minare le fondamenta del blocco sovietico passava proprio per i Sacri Palazzi. Il programma di Wojtyla era già ben chiaro prima del 1981, allorquando i due leader si incontrarono privatamente, per la prima volta, proprio in Vaticano. Ancora durante la presidenza Carter, Giovanni Paolo II, il 6 ottobre, durante la sua visita negli Stati Uniti, disse al presidente americano: “Io sosterrò ogni azione intesa al rafforzamento della pace nel mondo, una pace fondata sulla giustizia, sulla carità e sulla verità”. Lo Stato e la Chiesa, “a titolo diverso sono al servizio della vocazione personale e sociale degli stessi esseri umani”. E’ infatti nella “dignità della persona umana che io – dichiarava Wojtyla – ravviso il senso della storia e trovo i principi che danno un significato al ruolo che ogni essere umano deve assumere per il proprio miglioramento e per il benessere della società a cui appartiene”. In questa giusta battaglia “per la libertà e la dignità”, Wojtyla tributava un pubblico “encomio alle autorità e a tutto il popolo degli Stati Uniti”. Non siamo più ai tempi della sante alleanze cangianti e mutevoli al cambiare del “vento” politico: il concetto è notevolmente mutato. Quella fra Stati Uniti e Santa Sede fu, ed è tuttora, un’alleanza fondata su valori racchiusi nella fede cristiana. Per sancirla era necessario dare dignità nuova alle relazioni diplomatiche. Decisivo fu un incontro fra il validissimo segretario di Stato vaticano, Cardinale Agostino Casaroli, ed il Presidente USA nel 1982: un reciproco avvicinamento da parte USA, auspice William Wilson e con Casaroli pronto a non lasciarsi scappare l’occasione da tempo ricercata e voluta da Papa Woytjla. Nel 1983 furono presentate quasi contestualmente ai due rami del Congresso una risoluzione ed una legge che, emendando la legge del 1867, consentivano il finanziamento di una ambasciata presso la Santa Sede. Come aveva promesso il Presidente Reagan, trovata quella manciata di voti necessaria per assicurarsi la maggioranza, la legge non avrebbe avuto intoppi. Ancor meglio delle attese, alla Camera la legge passò all’unanimità. Il 10 gennaio 1984, Ronald Reagan annunciava ufficialmente la nomina di Wilson ad ambasciatore presso la Santa Sede. Singolare il fatto che l’intera vicenda sia legata ad una legge di finanziamento: del resto, le grandi tappe della storia americana sono segnate dal fattore fiscale! L’America di Reagan non era poi molto diversa da quella che aveva impedito a Truman di nominare il successore di Taylor a Roma. Durissima fu quindi l’opposizione al provvedimento, vieppiù dopo il sì del Senato alla nomina di Wilson. Lo zenit fu raggiunto dall’iniziativa legale presso la Corte federale, intrapresa da un eterogeneo gruppo di pressione composto da sedicenti “Americani uniti per la separazione di Chiesa e Stato” assieme alle rappresentanze delle Chiese battiste americane, gli Evangelici nazionali e l’Associazione nazionale dei laici. La Corte, rigettando la questione di costituzionalità, affermò che il principio della separazione dei poteri, giustamente difeso nella mozione dei querelanti, non poteva considerarsi violato dalla nomina di Wilson visto che, secondo quanto sostenevano i querelanti, le relazioni diplomatiche intercorrevano non tra due entità politiche ma fra gli Stati Uniti e un’entità religiosa. Secondo aspetto fondamentale del dispositivo di rigetto della mozione fu di ribadire la piena autonomia del Presidente nella scelta dei soggetti con cui intrattenere i rapporti diplomatici e quindi anche nella nomina degli ambasciatori. Il rapporto fra Reagan e Giovanni Paolo II fu informale ed improntato ad una piena e fattiva collaborazione a tutto campo. Fra i tanti frutti di questo sodalizio che perdurò durante la presidenza Bush, possiamo ricordarne due: da una parte le numerose visite nei Sacri Appartamenti del generale Vernon Walters, il quale, come rappresentante personale del Presidente, aggiornò il Pontefice delle installazioni militari sovietiche nei Paesi del Patto di Varsavia attraverso fonti di documentazioni segretissime e sconosciute, probabilmente, a molti governi del Patto Atlantico; dall’altro, secondo la testimonianza di Melady, ambasciatore USA presso la Santa Sede durante la presidenza Bush, fu proprio Giovanni Paolo II a convincere il presidente americano circa le buone intenzioni di Gorbaciov, incontrato dal Pontefice (mentore ancora il buon Casaroli) il 1° dicembre 1989. Con gli anni Novanta sorsero le prime divergenze, manifestatesi sempre come scostamento da parte americana dai principi fondamentali del Magistero della Chiesa: la pace (quindi il no alle due guerre in Iraq; il sì all’intervento in Afghanistan), la dignità umana (quindi il no alla linea abortista sostenuta dagli Stati Uniti durante la Conferenza delle Nazioni Unite sulla popolazione e lo sviluppo del 1994), il perdono e la riconciliazione (il no al duro embargo contro Iraq e Cuba, strumento iniquo verso le popolazione e inefficaci verso i governi colpiti). Il primo millennio cristiano si chiuse con molte ferite aperte ma anche con i numerosi e fecondi frutti positivi prodotti nella comune battaglia contro il traffico di esseri umani, la tutela dell’ambiente ed il disarmo nucleare, la pace in Medio Oriente, le strategie concrete per la lotta alla povertà. Il Giubileo segna, al medesimo tempo, il momento della riconciliazione ma anche l’ultimo momento felice prima di “Ground Zero”: con l’11 settembre infatti l’umanità tutta, le relazioni diplomatiche e quindi nondimeno i rapporti fra Santa Sede e Stati Uniti sono entrati in una fase nuova. Papa Wojtyla, perfettamente consapevole della gravità del gesto terroristico, appoggia ogni azione di difesa che gli Stati Uniti avranno in animo di intraprendere purché siano mantenuti quegli alti standard di giustizia che la costituzione americana e la cultura americana hanno sempre richiamato. Quasi tutti i commentatori hanno parlato di un nuovo clima di distensione fra il Vaticano e la Casa Bianca dopo un periodo di tensione scaturito dalla netta presa di posizione di Giovanni Paolo II avverso l’intervento militare in Iraq. In tali termini la questione è sicuramente mal posta; semmai si può parlare di un allontanamento della politica americana dalla dottrina e dal Magistero della Chiesa. Dalla guerra preventiva alle politiche non sufficientemente convincenti su povertà e inquinamento, la Chiesa è stata “costretta” ad alzare la voce per ricordare le basi della ‘alleanza’ fra Santa Sede e Stati Uniti. In fondo, la Chiesa non fa altro che ricordare agli Stati Uniti, così come all’Europa, di essere se stessa, secondo l’efficace espressione di Giovanni Paolo II. Cosa significa concretamente “essere se stessi”? Fu proprio Papa Wojtyla a ricordarlo quel 6 ottobre 1979 richiamando gli statunitensi alla propria vocazione di “popolo che basa le proprie convinzioni di vita su valori spirituali e morali, su un profondo senso religioso, sul rispetto del dovere, e sulla generosità nel servizio all’umanità”.
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