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del Cardinale Angelo Comastri

L’inferno esiste ed è eterno
di Maurizio Fois

Quando l’Eucaristia è vittima dei satanisti
di Stefano Cropanese

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di Daniele Di Sorco

Sul valore teologico del Concilio Vaticano II
di Don Curzio Nitoglia

Se anche le altre religioni recitassero il ‘mea culpa’
di Sergio Rolando

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di Gianluca Barile

La Grazia e il Peccato, nostro pane quotidiano
di Luciano Nicastro

Lettera a un seminarista
di Andrea Maniglia

Pompei, dove la Madonna appare ai cuori
di Padre Antonio Rungi



La bontà non muore mai

di Giuseppe Massari

CITTA’ DEL VATICANO – Gli uomini passano, l’amore vero e disinteressato resta. Questa la sintesi di una storia d’amore scritta dalla signora Annetta Sbarro, deceduta il 6 luglio 2007, all’età di 61 anni, a causa di una brutta malattia, dopo una vita durante la quale aveva adottato, a distanza, aiutandoli economicamente, quattro fratellini rimasti orfani. Uno di questi, don Bernardin Banituze, rwandese, divenuto prete, nel frattempo, grazie alla generosità silenziosa di questa mamma, nei giorni scorsi ha valuto rendere omaggio alla tomba e alla memoria della genitrice speciale, soffermandosi a lungo a pregare, benedicendo il monumento funebre, senza sottrarsi al momento di intensa commozione, mentre il viso è stato rigato e solcato da qualche lacrima. Una piccola ma intensa storia d’amore, che, forse, non ha precedenti, perché la singolarità sta nel fatto che i due, pur avendo intrattenuto lunghi colloqui, conversazioni, essendosi parlati a distanza, purtroppo, non si sono conosciuti mai personalmente. Si sono frequentati idealmente nella consapevolezza, che, forse, un giorno si sarebbero incontrati. Ora, purtroppo, un giorno, potranno incontrarsi solo in Paradiso. Ma prescindendo da questo, comunque si sono incontrati e continueranno a comunicare con il cuore della grazia ricevuta e con quello donato da una sconosciuta signora del Salento, esattamente di Nardò, a quattro bambini, rimasti solo al mondo, e in che mondo, fatto ancora di miserie, di povertà, di mancanza di viveri e mezzi necessari a vivere una vita normale e dignitosa. La luce della speranza accesasi qualche anno fa è diventata certezza per una donna che ha compiuto, con i sentimenti della fede, il miracolo della vita: per sé, procurandosi l’anticamera della vita eterna, e per questi sfortunati fratellini, che hanno potuto continuare a sorridere alla vita, come tanti coetanei che vivono in mondi più agiati e anche più viziati dal benessere. In tutta questa straordinaria storia, peccheremmo di incompletezza se non facessimo riferimento alla Congregazione delle Suore Discepole di Gesù Eucaristico, fondata nel 1924 da Monsignor Raffaello Delle Nocche, vescovo della Diocesi di Tricarico, in provincia di Matera, dopo essere stato, fino al 1915, segretario dell’allora arcivescovo di Lecce, Monsignor Gennaro Trama. Questa famiglia religiosa, presente in Rwanda, ha una nutrita pattuglia di suore provenienti dalla penisola salentina. Quindi, da questo si potrebbe leggere il legame e il sodalizio affettivo e di intenti nato tra la signora Sbarro e i piccoli Banituze. Probabilmente, le figlie spirituali di Monsignor Delle Nocche hanno fatto da tramite, da gancio spirituale. Quindi, il merito va anche a loro se la Chiesa ha un prete in più e una persona in Paradiso che continuerà a pregare per lui e a sostenerlo spiritualmente in una terra dove, se non è facile vivere, non è altrettanto agevole fare il ministro di Dio. Oggi, don Bernardin, che vive a Rulindo, a 45 chilometri a nord-ovest della capitale Kigali, è parroco di una comunità composta da 50.000 anime, che ogni giorno sono alle prese con i veri problemi esistenziali della fame e della sete. Questo umile gesto di riconoscenza e di gratitudine compiuto dal giovane sacerdote di soli 34 anni, una vita ancora tutta da vivere, da sperimentare, certamente, getterà il seme della speranza nel mondo in cui vive ed opera, ma potrà essere di monito alle generazioni cristiane di tutto il mondo, per comprendere come anche una lunga malattia, una lunga degenza, fra ospedali e interventi a cuore aperto, siano stati vissuti e superati con coraggio, con la forza di una sofferenza vissuta per Cristo e in Cristo, “ricevendo, come dice lo stesso Maestro, il centuplo quaggiù e l’eternità del cielo e nel cielo della visione beata”, dalla madre adottiva di Nardò.