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Disobbedienti alla Chiesa i chierici che non indossano l’abito ecclesiastico

di Matteo Orlando

CITTA’ DEL VATICANO – Il Codice di Diritto Canonico prescrive: “I religiosi portino l’abito dell’Istituto (religioso cui appartengono)… quale segno della loro consacrazione…” (can. 669); “I chierici (cioè diaconi, preti e vescovi) portino un abito ecclesiastico decoroso…” (can. 284). La Conferenza Episcopale Italiana (CEI), a sua volta, specificando quanto prescrive il Diritto canonico, stabilisce: “Salve le prescrizioni per le celebrazioni liturgiche, il clero (diocesano) in pubblico deve indossare l’abito talare o il clergyman”. (Notiziario CEI 9,1983, 209). Su questa linea del Diritto Canonico e della CEI si sono espressi tutti Papi dal Concilio ai nostri giorni.  Eppure la disaffezione di tanti preti e religiosi al loro precipuo abito è sotto gli occhi di tutti. Per cui sembra che frati e preti siano scomparsi dalla circolazione, mimetizzati come sono in abiti borghesi. Ma il loro è un ministero, un servizio, un impegno pubblico: non possono né devono perciò nascondere la loro identità. La loro disobbedienza alla Chiesa diminuisce la stima del popolo di Dio verso il clero diocesano e gli stessi religiosi, e quindi la loro incidenza pastorale. Dimenticano questi nostri fratelli maggiori che l’abbigliamento non è un puro accessorio, è un biglietto di presentazione. Infatti  l’abito ha: un valore psicologico: ricorda a chi lo indossa e a  chi lo vede impegni, appartenenza, decoro, spirito di corpo, dignità. Obbliga a riflettere sia chi lo indossa sia colui che lo vede; un valore sociologico: è l’affermazione pubblica della propria condizione, e quindi l’esplicita dichiarazione del proprio appartenere a Cristo e alla Chiesa cattolica; un valore teologico: esprime la partecipazione della corporeità alla dedicazione a Dio di tutta la persona; è manifestazione di quell’elezione divina per cui un uomo viene scelto e separato dagli altri uomini, per essere costituito al loro servizio nelle cose che riguardano Dio. Nonostante che certi sacerdoti, religiosi e suore, nelle loro rette intenzioni, credano di essere più popolari e vicini a noi laici vestendo o abbigliandosi come noi, sappiano che si sbagliano di grosso. Noi li vogliamo diversi da noi nella santità, ma anche nell’abito che ci ispira fiducia e ce li mostra visibilmente obbedienti alla Chiesa. Purtroppo non basta fare leggi e dare disposizioni, sono indispensabili la vigilanza e i richiami dei superiori, sia Vescovi che Superiori religiosi: vigilanza e richiami sono quasi del tutto  mancati. Il calo delle vocazioni, sia sacerdotali che religiose, è dovuto, in parte, alla mancanza del fascino della divisa: tale fascino non è la vocazione, ma può essere uno degli elementi ordinari che ne preparino il seme divino. La vocazione non è una folgorazione, bensì qualcosa che si riceve in un contesto educativo e di preghiera (es. i genitori che chiedono al Signore la vocazione per il figlio o la figlia); in questo contesto educativo si inserisce il saio del frate o della suora, la talare o il clergyman  del prete. Sapessero, certi sacerdoti, quante volte ha cantato vittoria Satana, durante recenti esorcismi, per essere riuscito a “spogliare” il clero!