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Se il caso di Eluana Englaro viene strumentalizzato a favore dell’eutanasia

di Massimiliano Musso

CITTA’ DEL VATICANO – Con prepotenza, il mai sopito dibattito sull’eutanasia si riaffaccia dal balcone mediatico alla piazza dell’opinione pubblica e a mò di aspirante dittatura muove la sua marcia alla conquista della coscienza – questa sì – sopita degli italiani. Ancora una volta è il “caso limite” a sfondare le coscienze e ancora una volta è la scarsa progettualità comunicativa ed educativa dei pro-life a minare le fondamenta di una ragione piena. Eluana Englaro. Un nome ed un cognome. Nome e cognome di una ragazzina entrata in coma, cresciuta in coma, oggi donna in coma. Eluana mi ispira una grande tenerezza, quella tenerezza che porta alle dolci coccole, alle lente carezze sul viso. Oggi è famosa come una star del cinema, inconsapevole simbolo della nostra crisi, possibile rivoluzionaria del nostro divenire. Suo padre la vorrebbe morta già da molti anni e da molti anni combatte la sua battaglia per interrompere l’alimentazione e l’idratazione che la tiene in vita. Egli parte dall’assunto che “la vita è mia e me la gestisco io” e che quindi, in fondo, la scelta del vivere o del morire è solo un fatto personale. Tale convincimento trova radicamento nell’assenza di Dio dai cuori delle persone e delle nazioni. Il papà di Eluana probabilmente non crede in Dio, oppure c’ha litigato. Beppino Englaro, papà di Eluana, col tempo si è reso strumento, forse inconsapevole, dell’assortito movimento che vuole la legalizzazione in Italia dell’eutanasia. Senza tregua da anni a suon di carte bollate bussa alle porte della magistratura chiedendo il permesso di uccidere sua figlia. Lo avrebbe potuto già fare anni fa lui direttamente violando la Legge ed oggi sarebbe dopo qualche tempo di detenzione un uomo libero. Ma il papà non vuole solo la morte della figlia, non chiede un provvedimento o un atto ad personam per Eluana, bensì pretende l’affermazione di un principio generale di diritto pubblico per il quale la dolce morte è un diritto fondamentale della persona. Insomma, il papà di Eluana, attraverso la storia di sua figlia, chiede l’introduzione in Italia dell’eutanasia, che la Legge oggi non permette. Non si sa quanti soldi abbia speso in questi anni Beppino Englaro in carte bollate per farsi sentire in Tribunale e in trasferte per partecipare ai dibattiti televisivi né eventualmente chi lo ha sostenuto economicamente né sappiamo di rimborsi e compensi eventualmente ricevuti dai canali televisivi. Di certo sappiamo che la sua determinazione è eccezionale e che in questi giorni è premiata, mi si permetta l’eufemismo, dalla magistratura italiana, che con una sentenza della Corte d’Appello di Milano apre per la prima volta i battenti – praticamente, concretamente – alla legalizzazione dell’eutanasia. Si ripete la storia in Italia del potere giudiziario che si sostituisce al potere legislativo. Il Parlamento viene estromesso dal suo compito naturale e pressoché esclusivo da una sentenza, così come di fatto avvenne per l’aborto prima dell’approvazione della Legge e del successivo referendum. La determinazione di Beppino Englaro ci edotta di un altro generale problema del popolo sovrano italiano: la “non certezza” del Diritto, la “ininfluente” validità della Legge, la “cattiva” realizzazione della Costituzione. Il problema è ampio e generale e riguarda l’esatta applicazione della Legge a cui i Giudici sono chiamati. Invece succede che l’interpretazione del giudice stravolga totalmente una norma giuridica cogente, fino al punto che oggi l’ordinamento giuridico italiano è disciplinato più dall’interpretazione delle alte corti e dei docenti universitari che dalla semplice e immediata lettera della Legge stessa. E’ un nodo da risolvere, lungi dal volere screditare la magistratura, che anzi deve essere aiutata in ciò dal Parlamento e dal Governo attraverso una risistemazione organica delle Leggi. L’ordinamento giuridico italiano è infatti complesso, disordinato, pieno di antinomie (n.d.r. in gergo, contraddizioni logiche), con enormi lacune su interi fenomeni sociali e spesso scarsa chiarezza di significato concreto. Tale aspetto legittima il giudice ad “improvvisare”, a ricavare da più norme astratte e generali la soluzione giusta per il caso concreto e particolare. E così la Corte d’Appello di Milano, interpretando un blocco di norme, sentenzia e stravolge la lettera della Legge che vieta l’eutanasia. Come fu per l’aborto, anche oggi, dopo una discutibile decisione di un organo giudiziario, si rischia la legalizzazione dell’eutanasia per il tramite del Parlamento, che investito della questione deve necessariamente prendere posizione netta in un senso o nell’altro. Ed è qui che entra in gioco la battaglia mediatica per la conquista dell’opinione pubblica con immagini emotive toccanti e scioccanti e speculazioni intellettuali convincenti pur se irragionevoli. In sostanza, chi vuole la legalizzazione dell’eutanasia entra nelle coscienze delle persone e le convince che l’eutanasia è un bene o quantomeno una necessità, e adopera argomenti che colpiscono la commozione popolare, paga testimonial convincenti come cantanti, attori e sportivi e finanzia un intero sistema editoriale. Si instaura così una grande battaglia culturale per la conquista dell’adesione ad un’idea. In questa battaglia il campo di contesa è l’inculturazione delle masse e il convincimento di queste. In palio vi è “il decidersi per tutti” se impedire l’eutanasia o consentirla. A scontrarsi vi sono le due opposte culture che emergono tali e quali ogni qual volta si ponga un argomento di dibattito sul nascere, sul vivere e sul morire, e in particolare emergono, tout court, la cultura per la vita e la cultura per la morte. Quest’ultima, nella percezione dei tanti, è abilmente edulcorata e strumentalmente declinata in “cultura per la scelta”. Così oggi i pro-life e i pro-choice si misurano ancora una volta in una battaglia impari, i primi forti dei ragionamenti e della verità, i secondi arroccati in slogan e menzogne di ogni tipo. In questa epica battaglia delle idee e dei valori, la cultura della morte di per sé non gode di ampi consensi. Tuttavia è favorita da un ibrido culturale che combina principi della cultura pro-life e principi della cultura pro-death. In tal modo la cultura pro-choice si impone su vastissimi strati della società attraverso un’inculturazione costante e continua, stabile e pervicace, che trova accoglienza paradossale anche nel campo della cultura pro-life. L’insinuazione e l’infiltrazione di “agenti” pro-choice tra le guide del popolo pro-life è causa di cedimento morale della grande maggioranza degli italiani. Di tale aspetto gli intellettuali veri devono occuparsi senza timore di piacere alle leadership e gli aspiranti nuovi leader dei movimenti pro-life devono farsi avanti senza complessi di inferiorità o timori reverenziali perché solo attraverso una vera dialettica interna alla eterogenea cultura pro-life si può alimentare un senso di appartenenza autentico, partecipe e coerente che porta all’unità di intenti. E concludo. Serve un ripensamento dell’intero impegno pro-life italiano fatto senz’altro di molti atti concreti e di ancor più simboli evocativi, ma carente troppo spesso di una visione d’insieme che permette di capire che quella televisione lì, quel giornale lì, quel vip lì, quel leader politico lì, vanno esattamente nella direzione opposta a quella che si vuole seguire. E per capire anche che persino la vita di una cane è sacra perché “la vita è sacra” in tutte le creature e che la sacralità della vita inizia ad essere calpestata a partire da quella del cane per culminare in quella di un bambino, di un anziano o di un moribondo. Serve un’elevata coscienza e non una levata di scudi. Una bottiglia d’acqua per Eluana è senz’altro un gesto simbolico forte ma che nel profondo della questione umana intera offende la dignità di milioni di bambini che muoiono di sete e di fame nella nostra indifferenza. Non si può essere pro-life part-time e “fino ad un certo punto”, perché se “non mi dici tutta la verità, parte di ciò che mi dirai sarà menzogna”.