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Lettera a un seminarista
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di Padre Antonio Rungi



Il mio psicologo si chiama Gesù

di Carlo Nesti*

Quando leggiamo un libro di saggistica, a volte, ci può non essere simpatico l’atteggiamento “professorale” dello scrittore, che si piazza un gradino sopra di noi, e impone la “predica” dall’alto del suo “pulpito”. Nel libro che ho realizzato, e che si intitola “Il mio psicologo si chiama Gesù”, voi non troverete questo atteggiamento, perché, pur parlando di spiritualità e psicologia, io non sono né un teologo, né uno psicologo, bensì un semplice giornalista. Vorrei che mi consideraste, ricordando i tempi della scuola, come un vostro compagno di banco, in occasione del tema di classe. In questi ultimi anni, attraverso letture ed esperienze, credo di avere capito qualcosa di utile a tutti, e, mentre laggiù il professore… non guarda, cerco di mettervi a disposizione, sul vostro stesso piano, proprio ciò che ritengo di avere compreso. La mia è una testimonianza personale di come, leggendo il Vangelo, si possano trovare frasi di Gesù capaci di trasmettere indicazioni precise per vivere più serenamente. In ogni capitolo viene analizzata una di queste frasi: 22 frasi per 22 argomenti diversi, 22 strade da percorrere verso la serenità. In troppi credono che, seguendo Dio, si viva male, con il tormento dei doveri terreni, mentre invece si vive meglio, con la gioia dei diritti, tra i quali quello alla Felicità Eterna. E’ la sintesi del percorso che ho intrapreso da 2 anni e mezzo, e che ha portato me, credente e cattolico, ma, come tanti, senza il necessario trasporto, a sentire sempre la presenza di Dio all’interno della mia coscienza. Si parte da una premessa: ciascuno di noi, prima o dopo, ha bisogno di “dare un senso” alla vita, che è come possedere un paio di lenti, nuove di zecca, per vedere in modo corretto qualsiasi cosa. Anche se può apparire un paradosso, è soltanto il senso che si dà alla morte a garantire un senso alla vita. Se per noi la morte è un punto di arrivo, e dopo non c’è nulla, tutto dovrà essere, affannosamente, ottenuto subito, e la sconfitta non avrà nessun altro significato se non la “caduta”. Se per noi, al contrario, la morte è un punto di partenza, verso la Felicità Eterna, allora tutto quello che c’è prima andrà relativizzato, e la sconfitta avrà sempre un significato di “crescita”, in vista del premio finale. Per ora mi fermo qua, perché il resto è nel libro, con la speranza di potere offrire un contributo prezioso a chi, spesso, si guarda intorno, e si guarda dentro, senza capire esattamente “come pensare” e “come agire”. Chissà che anche questo apporto, con la massima umiltà, possa ricordare ai lettori da dove veniamo, e dove siamo destinati a tornare, condizione indispensabile per vivere meglio. Di sicuro, il libro vale più di un miliardo di telecronache: è la cosa più importante che ho scritto nella mia vita, perché è la vita stessa.

 

*Giornalista Rai