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Folle stanche e sfinite

di Sergio Rolando

CITTA’ DEL VATICANO – “Folle stanche e sfinite”: quest’espressione tratta dal Vangelo di Matteo (9,36 -10,8), ad un accorto osservatore del nostro mondo globalizzato si rivela di un’attualità strabiliante; si direbbe che fotografa l’odierna umanità con un realismo documentaristico degno del più fedele dei reportage. Quante e di quanti tipi sono le folle stanche e sfinite dei nostri giorni! Penso alle folle di migranti sospinti dalla sofferenza all’esodo verso mete che talvolta, purtroppo, si rivelano solo miraggi. Mi passano davanti agli occhi le crudeli immagini dispensate dai media, spesso con cinica spettacolarizzazione, di moltitudini sfinite dagli stenti, ma, nel contempo, vado con la mente anche alle folle che sciamano nelle nostre metropoli “formicaio”, metropoli che spesso, in un triste paradosso, contrappongono alla corposa densità abitativa, all’inquietante contatto gomito a gomito, una asfittica e rarefatta capacità di associazione e comunicazione. Penso anche a quelle folle stanche e sfinite da un’impostazione ed un’imposizione del lavoro crudelmente dettata dalla legge della sopravvivenza o cinicamente del tutto asservita alle regole dettate del profitto. Confrontandomi, poi, con una società le cui espressioni sono per tutti noi di facile osservazione, insomma a portata di mano, penso, inoltre, alle folle stanche e sfinite che popolano le notti dei “templi del divertimento e della trasgressione”, folle che si accalcano in una contraddittoria aggregazione nevrotica che nega se stessa in quanto spesso si sostanzia proprio in disgregazione ed incomunicabilità; folle di sperduti “solitari” che cercano compagnia nello stordimento indotto dai decibel, nelle “sensazioni forti” e nei tetri fantasmi creati dalle alchimie di una chimica perversa e mortifera. Inoltre, come non tener conto anche delle nuove folle che vagano nei meandri degli allettamenti virtuali della “Rete”, folle ormai composte da milioni di individui incapaci talvolta di dominare e di gestire con senso critico il potentissimo “mezzo” Internet e che pertanto restano compulsivamente irretiti e soggiogati dalla “realtà virtuale” in una solitudine spesso avulsa da autentici contatti umani. Queste personali considerazioni potrebbero indurmi ad osservare pessimisticamente che, ad oltre duemila anni dall’espressione riportata da Matteo nel Vangelo, non solo troviamo ancora quelle stesse folle stanche e sfinite che l’Evangelista poteva osservare nel suo tempo; folle fatte magari di popolo affamato, malato, stanco e cencioso, come un po’ lo immaginiamo sotto l’influenza dell’iconografia tradizionale, ma troviamo, inoltre, altro tipo di folle, quelle che, sotto l’ingannevole immagine di opulenza e benessere, mostrano, inequivocabili, tutti i segni di una stanchezza e di uno sfinimento che non può reperire facile rimedio in ciò che può ristorare un corpo stanco e sfinito, perchè di ben diversa stanchezza e sfinimento si tratta: sfinimento dell’anima! Insomma, in questo nostro terzo millennio, basta osservare quello che noi chiamiamo terzo mondo, per vedere ancora le folle malconce della Palestina dei tempi di Matteo, ma, in più, ci è dato di scorgere nuove folle anch’esse stanche e sfinite perchè disorientate ed avvilite dal credo materialista o, peggio, nikilista. Folle, queste, che sono inevitabilmente candidate prima o poi ad una profonda delusione, ad un vuoto di energia vitale che induce una stanchezza ed uno sfinimento che va a minare le radici della vita stessa. Ancora una volta, però, la visione della realtà, per il cristiano, pur senza perdere l’acutezza di un’osservazione realistica, differisce da quella di chi cristiano non è. Nel brano citato, infatti, si legge: “Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perchè erano stanche e sfinite”. Per il cristiano, Gesù continua vedere le folle stanche e sfinite, quelle di allora, quelle di oggi, quelle di tutti i tempi e, soprattutto, continua ad averne compassione. Quelle folle stanche e sfinite sono le Sue folle! Stanchezza e sfinimento di ogni forma e connotato accompagnano da sempre l’umanità nel suo peregrinare nel mondo, e con il mondo finiranno quando la compassione di Cristo le avrà vinte per sempre. “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Giovanni 12,20-33); questa è la Sua promessa, questo è il messaggio che lancia alle folle stanche e sfinite di tutti i tempi e soprattutto a quelle più stanche e sfinite di altre perchè perse nell’ostinazione di voler essere “come pecore senza pastore”. Mi piace avviarmi alla conclusione, quindi, con la consolante immagine di altre folle, le folle di milioni di pellegrini in cerca di Cristo e delle Sue parole, le folle dei giovani al seguito di un Papa Pastore, le folle che riempiono le piazze per testimoniare i valori cristiani, folle che, con l’aiuto del loro credo, superano la stanchezza e lo sfinimento del contingente rinfrancate dalla speranza. Oggi, spesso, nel linguaggio dei nostri tempi, le parole “pecora” e “gregge” hanno acquisito un’accezione ed una valenza negativa, quasi fossero sinonimi di asservimento e pedissequo conformismo, così pure la parola “pastore”, isolata dal contesto di una società rurale, ormai a tanti del tutto estranea, ha perso molto del suo pregnante significato di conduzione e salvezza; ed allora, usando provocatoriamente questi termini nell’infida accezione moderna, possiamo dire che le vere “pecore” sono quelle inglobate nel “gregge” del conformismo relativistico: pecore che incedono senza autonomia solo perchè sospinte da altre pecore, pecore dalla vista limitata, prive di quella visione chiara e lungimirante che può dare solo un Pastore che guarda così lontano da puntare all’infinito.