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La Chiesa resta Santa malgrado i peccati di alcuni consacrati
di Mauro Bontempi
CITTA’ DEL VATICANO – Benedetto XVI lo ha ricordato durante il suo recente viaggio nel Salento: i consacrati non sono uomini perfetti, così come imperfetti erano i dodici che Cristo chiamò a formare la prima Comunità cristiana. Ciò che rese grandi quegli uomini, prosegue il Pontefice, fu la fede e lo zelo con la quale aderirono al progetto di Dio e svolsero la loro azione pastorale. Parlare di provocazione è fuori luogo. Chi sostiene che nella Chiesa si annidino tentazioni demoniache non afferma nulla di nuovo rispetto a quanto Cristo stesso denunciò durante la sua predicazione. Una battaglia contro il Male raccolta da tanti figli e figlie della Chiesa. Una battaglia spesso silente, che a partire da Paolo VI i Romani Pontefici hanno ingaggiato in prima persona. Così come sarebbe scorretto tacciare di disonestà l’intera classe politica negandone il valore intrinseco per la società civile, a causa di alcuni illeciti, abusi di potere o semplicemente impropri vantaggi derivanti dall’ufficio ricoperto; altrettanto può dirsi per alcuni improbabili “catoni” i quali, puntando il loro dito accusatore contro le deviazioni del clero cattolico, coinvolgono la Comunità ecclesiale in viscide operazioni denigratorie antireligiose e anticlericali. Di reati, anche molto gravi, legati specialmente alla corruzione economica e sessuale, si sono macchiate molte tonache. A siffatti peccati e a tutti quei comportamenti che, senza entrare nell’illecito civile o penale, risultassero moralmente discutibili proprio perché compiuti da uomini di fede, la Chiesa sente il dovere di rivolgere la sua attenzione con fermezza e senso di giustizia. La “tentazione del potere”, in tutte le sue più perverse forme, è stata per secoli la lusinga che più ha attratto l’alto clero, insinuandosi sino alle Sacre Stanze, ma la Chiesa, come corpo mistico di Cristo, non può essere considerata colpevole. Se ciò fosse possibile, cadrebbe l’intero pensiero teologico di duemila anni di Cristianesimo: con un colpo di spugna verrebbero cancellati i segni del peccato originale, il libero arbitrio, la diatriba tra salvezza “ex sola fide” e salvezza “ex fide et operibus”. Per il sol fatto di essere battezzati, i Cristiani sarebbero mondi per sempre dal peccato originale: uomini già salvi, già santi, già redenti. Non è proprio così! La vita di ogni Cristiano è perennemente in bilico tra Bene e Male, secondo un aut-aut (Kierkegaard docet) in cui la scelta non è mai scontata. Tutti, anche coloro a cui Dio ha concesso un particolare carisma, sono soggetti al peccato e ai richiami di Satana. È sufficiente tornare alle ore dell’arresto e del supplizio di Nostro Signore: “Non lo conosco”, disse per ben tre volte Pietro, il Principe degli Apostoli, quando lo additarono come amico di Gesù! Premesso ciò, la celebrazione giubilare del Perdono, fortemente voluta da Giovanni Paolo II, non può considerarsi un atto “dovuto”, come invece è stato recentemente affermato. La “Giornata del perdono” non presuppose un “giudizio su coloro che ci hanno preceduto: il giudizio spetta solo a Dio e sarà manifestato nell’ultimo giorno”, quanto piuttosto “ricordando i peccati commessi, ha reso reale la domanda del perdono aprendo la strada ad un impegno preso, oltre che davanti a Dio, anche davanti agli uomini”. Richiamare ad ogni “frinir d’ali” le colpe e le tentazioni della Chiesa può nascondere a sua volta lo “zampino” del Maligno, costituendo un facile modo per ridurre al silenzio o strumentalizzare le parole di chiunque porti sul petto e nel cuore la Croce di Cristo. L’Italia è un “Paese particolare” (spesso con un forte e vivo “particulare”), si è detto in risposta all’ennesimo focolaio della infinita “questione romana”. In tale affermazione non è difficile trovare un senso di fastidio per la presenza, all’interno del territorio nazionale, del cuore e centro della Cristianità. Concesso il diritto di espressione alla Chiesa, taluni ritengono che i principi della dialettica democratica impongano di rispondere rafforzando gli argini della “laicità della politica”. La Comunità Cattolica, laici e religiosi, ringrazia per la concessione accordata ma cortesemente si premura di ricordare che il tempo delle costituzioni ottriate e dei diritti elargiti dall’ordinamento (repubblicano o monarchico che sia) è finito da un bel pezzo! L’Italia dovrebbe benedire la Provvidenza o la Fortuna “laica” (ogni riferimento alla “cagnetta” russa è puramente causale) per aver condotto il Principe degli Apostoli a Roma. Le espressioni della Chiesa, o per dirla con i mezzi d’informazione, il “Papa, la Curia e Bagnasco”, contribuiscono non solo all’arricchimento spirituale ma alla promozione civile degli Italiani (leggasi il discorso del Sindaco di Brindisi a Benedetto XVI). L’Italia è certamente un Paese particolare, ma per il fatto che “il tener contro delle obiezioni della Chiesa per poi decidere nel pieno rispetto del carattere laico dello Stato è una regola buona solo a seconda delle convenienza”, come ricorda Pierluigi Battista in un editoriale sul ‘Corriere della Sera’ dell’8 giugno. Il noto giurista Santi Romano paragonava l’ordinamento statale ad un albero, il cui tronco è rappresentato dalla costituzione, dal quale i diversi rami si estendono pur rimanendo ad esso “generati e sostenuti”. Un albero deve trovare nutrimento nella terra, sia per nutrire i rami divenuti col tempo più vasti e frondosi, sia per proteggersi dall’attacco di pericolosi parassiti. La Chiesa non ha mai fatto mistero della sua forza ma anche della sua intrinseca debolezza. Lo “splendore della verità” è capace si superare i “fumi demoniaci” e quindi di irradiare con il calore della giustizia la pianta dell’ordinamento e fecondare con l’acqua, e il sangue, della testimonianza il suo terreno.
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