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Il Punto sugli Europei di Calcio – Il passaggio dell’Italia ai quarti? Un grande miracolo

di Luciano Moggi

Gli osservatori più attenti non avranno mancato di notare che i più esultanti per la nostra vittoria sulla Francia, la vittoria dell’Olanda sulla Romania e la nostra conseguente qualificazione ai quarti di finale, erano più i dirigenti che i calciatori e meno che mai l’allenatore. Fatti salvi i momenti finali, che hanno contagiato tutti, e non poteva essere diversamente, c’è stata, subito dopo, più misura nella squadra che nel management. Segno che la paura di fallire, e l’incombenza che un tale evento potesse realmente accadere, preoccupava più le stanze del potere e i suoi occupanti che i calciatori, che pure nei casi infausti sono quelli che pagano maggiormente. Non dirò molto di Donadoni, che essendo un bergamasco di tempra dura, non meno che di testa, si è concesso l’esultanza sui due gol degli azzurri e ha poi indossato immediatamente nel dopopartita l’abito più compassato. Abete, invece, non ci stava più nella pelle, anche a sipario abbondantemente tirato. La paura era stata tanta, il miracolo è stato grande, la Francia, quella temuta, nessuno l’ha vista, gli episodi cruciali sono stati a nostro favore, l’Olanda ha fatto interamente la sua parte, la Romania l’ha fatta male, il cielo sopra Zurigo si è tinto di azzurro, insomma si può consentire al numero uno della Federcalcio di crogiolarsi nel suo momento di gloria, suggerendo parimenti una valutazione serena a freddo di questa convulsa prima parte che tante ambasce ci ha procurato. Dirò la mia. La squadra di Donadoni non ha la forza della squadra di Lippi, e neanche il suo sacro furore, ma non è squadra di comparsa, da far sparire dopo il primo turno. Questo sarebbe stato un delitto per gli eredi della vittoria nel mondiale di Berlino, molti dei quali già protagonisti di quel trionfo, ma forse quell’etichetta che ci accompagna ci ha confuso le idee, come se i portatori di quel titolo dovessero automaticamente trovare una spinta favorevole a nuovi successi. Nel calcio, come nella vita, ciò che raggiungi ti resta, appartiene da quel momento al tuo patrimonio, ma è alle tue spalle, non ti dà nessun vantaggio, perché da quel momento stesso devi rimetterti in competizione. Per questo mi è sembrato in qualche modo persino dannoso quel ripeterci ad ogni momento che siamo i campioni del mondo. Lo siamo e lo sappiamo, quel titolo l’abbiamo vinto con pieno merito, ma è cominciata un’altra storia ed è un successo che in Europa ci manca da 30 anni. Se non eravamo diventati tutti brocchi prima, e non siamo adesso diventati d’incanto i più forti, dobbiamo riconoscere che a Zurigo ci è girato tutto per il verso giusto. Qualcosa è venuto da lontano, dalle scelte scriteriate di Domenech, che si è privato di Trezeguet e di Mexes, scegliendo,  per fare un esempio, Boumsong, ma da lassù qualcuno ha cominciato ad amarci di nuovo, perché l’infortunio di Ribery al 10’ è stato grave per la Francia, e perché il fallo da ultimo uomo di Abidal su Toni ci ha portato in vantaggio già al 24’ su rigore, oltre che in condizioni di superiorità numerica, ed infine il raddoppio al 62’ che ha annichilito i nostri avversari è schizzato in rete su deviazione di Henry, uno dei fantasmi francesi della notte di Zurigo. Se a ciò aggiungiamo la resa inattesa della Romania, più che la vittoria dell’Olanda, sarà il caso di rivedere tante leggende sul 17 portatore di sventure. Questo per quanto riguarda gli episodi, ma va dato atto a Donadoni di non aver creduto ad un’altra leggenda metropolitana che sconsigliava l’inserimento di De Rossi insieme a Pirlo. E’ stata questa una delle chiavi della vittoria dell’Italia, così come la versione di appoggio e di fatica di Cassano, continuo negli assist ai compagni, a prezzo anche di conclusioni personali che avrebbe potuto tentare. La scelta del talento barese, la sua collocazione inedita nello schieramento, e inoltre quella di Grosso, sono altri punti di successo del tecnico, intorno al quale, com’è chiaro, sono spariti tutti i critici ad oltranza, segno inquietante di un’Italia pallonara che non ha misura e che appare pronta solo ad esaltare il vincitore. Superato lo scoglio terribile di un’eliminazione al primo turno, stentiamo quasi a riparlare delle prospettive che l’Italia può ora avere. Un po’ per scaramanzia e molto più per qualche scoria della paura che si era totalmente impossessata di noi, preferiamo quasi inconsapevolmente vivere alla giornata, ovvero turno dopo turno. Torniamo in campo Domenica contro la Spagna, un avversario scomodo e pericoloso, per il quale suggerirei di non aggrapparci alla lunga tradizione a noi favorevole, perché i numeri delle statistiche sono fatti per essere prima o poi smentiti e perché basta la logica a suggerire di misurarci sulla condizione presente degli avversari, e la Spagna è un ottimo complesso forte a centrocampo e con un attacco che in attesa di Torres ha già fatto valere l’imprevedibilità di Villa. Abbiamo Pirlo e Gattuso squalificati, e se l’assenza del fine tessitore è pesante, ci potrà mancare l’apporto di “Ringhio” che proprio contro la Francia stava recuperando la migliore condizione. Gattuso è anche il più convinto fideista dell’importanza del gruppo in queste competizioni e secondo molti è stata proprio la ritrovata unità del collettivo a sorreggere l’Italia in crisi di coscienza dopo la batosta con l’Olanda. Non sarò io a dire il contrario, ma vorrei sottolineare il peso di taluni giocatori fondamentali, e tra questi Buffon. Senza quel rigore parato a Mutu e senza quella deviazione sul bolide di Benzema staremmo a parlare di tutta un’altra storia e di una notte tutt’altro che magica. Ma a proposito di richiami a notti magiche, suggerirei agli opinionisti della Rai di farne a meno. Nel ’90, e giocavamo in casa, non ci portò fortuna. Finalino sull’Olanda. Quando Chivu, che da quelle parti ha giocato, disse che per la loro cultura calcistica gli olandesi non fanno mai calcoli, qualcuno, nonostante la sportività riconosciuta a Van Basten, si fece un bel sorriso. Ma aveva ragione Chivu.