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L’esempio, il sacrificio e il contributo magisteriale di Pio VII
di Mauro Bontempi
CITTA’ DEL VATICANO – La figura di Pio VII ai più è sconosciuta. Se però, in un ipotetico sondaggio, si aggiungesse che il personaggio di Papa Chiaramonti fu interpretato da Paolo Stoppa ne “Il Marchese del Grillo”, ecco allora schiudersi nella mente degli intervistati una famigliarità prima insospettata. Non pochi riuscirebbero perfino a citare quel “non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo” rivolto dal Pontefice al generale Miollis giunto a Roma con l’ordine di occupare la città e intimare al successore di Pietro di rinunciare alla sua autorità temporale. Probabilmente, tali parole non furono mai pronunciate dal Pontefice, così come è inverosimile che Barnaba Chiaramonti, nato a Cesena e per quindici anni vescovo di Imola, si esprimesse con quella chiara e inconfondibile sonorità romana del grande Stoppa. La pellicola di Monicelli (con un Sordi ancora molto efficace), nel complesso, è veritiera nel consegnare al pubblico un Papa saggio e quasi eroico di fronte all’ingiusta prepotenza di Bonaparte. Nell’omelia pronunciata in Piazza del Popolo a Savona, lo scorso 17 maggio, Benedetto XVI ha ricordato la “drammatica vicenda” di Pio VII, una “pagina oscura della storia d’Europa che ci insegna il coraggio nell’affrontare le sfide del mondo: materialismo, relativismo, laicismo, senza mai cedere a compromessi, disposti a pagare di persona pur di rimanere fedeli al Signore e alla Sua Chiesa”. Non a caso, Papa Chiaramonti è stato definito “l’uomo della conciliazione e della fermezza”. Una figura che tra i marosi avversi del suo tempo riuscì a traghettare la Chiesa nella post-modernità. Ricorrendo, per semplicità analitica, all’ambigua distinzione “progressista-conservatore”, Chiaramonti fu un “cauto progressista” (accanto ai Padri della Chiesa, nella sua biblioteca, figuravano l’Enciclopedie di Diderot e D’Alambert, Muratori e Locke) ed un sincero democratico: è passata alla storia l’omelia del vescovo di Imola pronunciata la notte di Natale del 1797, in difesa della forma di governo democratica. Per Chiaramonti, la democrazia, infatti, “non contraddice in niente le massime evangeliche; essa esige al contrario tutte le virtù sublimi che si apprendono solo alla scuola di Gesù e che religiosamente praticate tra di voi, faranno la vostra felicità e contribuiranno alla gloria e allo splendore della nostra Repubblica (ndr. la Repubblica Cisalpina a cui fu annessa anche la diocesi di Imola). Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani e sarete eccellenti democratici”. Non s’intenda con ciò che Chiaramonti nascondesse un’anima giacobina o invitasse all’insurrezione antimonarchica. Egli fu sempre assertore del principio della omnis potestas a deo: fosse il tricolore o l’aquila asburgica a sventolare, ogni buon cittadino ha il dovere di rispettare il potere costituito al fine di preservare la pace civile, sommo bene della comunità. D’altra parte, l’autorità civile non deve oltrepassare i due limiti intrinseci al proprio potere: il rispetto dell’autonomia e della sovranità della Chiesa e la promozione delle libertà fondamentali quali la libertà di espressione e di religione. Gregorio Luigi Barnaba Chiaramonti giunse al soglio petrino in un momento assai complesso per la vita della Chiesa. Pio VI, esautorato, si era spento nella fortezza di Valenza dopo un penoso tour de force per l’Italia ed il sud della Francia: di città in città, di prigione in prigione. A Roma, i Francesi, occupanti, proclamarono la nascita della Repubblica, destinata a vita breve per via del duplice intervento di Ferdinando IV. Pio VII, eletto dopo un lungo Conclave in quel di Venezia, poteva quindi rientrare a Roma con tutti gli onori e i titoli il 3 luglio del 1800, ed avviare grazie al Cardinale Consalvi (capo della diplomazia di Pio VII nella prima e nell’ultima fase del Pontificato) una decisiva fase di riorganizzazione e di riforma dello Stato con sano realismo e senso dello Stato (moderno). La realpolitik di Consalvi è tutta condensata in questa citazione, presupposto innegabile di ogni ragionamento politico: “La Rivoluzione ha compiuto nell’ordine politico e morale ciò che il Diluvio ha fatto nell’ordine fisico, mutando completamente il volto della Terra”. Quindi, pur affidando il governo dello Stato della Chiesa a soli ecclesiastici, Consalvi permise l’accesso delle cariche ai laici, aprì l’economia ai principi del liberismo, operò una efficace riforma fiscale. Riformare nella conservazione, si potrebbe dire. Dal punto di vista dottrinario, il magistero di Pio VII fu fortemente improntato alla intransigenza, al rigore e al ritorno di un culto più sano e fedele ai Vangeli, invitando soprattutto i religiosi alla “fede e perseveranza del sacerdozio” nella convinzione che “nel disprezzo delle ricchezze, nell’umiltà, nella modestia, nella pazienza, nella carità e infine in ogni dovere sacerdotale è raffigurata l’immagine del Nostro Creatore e si conserva l’autentica dimensione della Chiesa” (“Ad Supremum”, 9). La sintesi di questa apparente dicotomia, conservazione e riformismo, fu trovata nella sfera politica in una rinnovata stagione concordataria capace di riguadagnare a Santa Romana Chiesa popolazioni sottratte alla fede dalle nequizie rivoluzionarie e da venti massonici ed anticlericali. Era ferma intenzione del Pontefice riguadagnare alla piena comunione con Roma i Cristiani di Francia. Il 15 luglio 1801 Santa Sede e Governo francese firmavano un accordo che, se per un verso dichiarava il cattolicesimo non più religione di Stato ma “della stragrande maggioranza dei fedeli”, ristabiliva di nuovo l’ordine all’interno della Comunità cattolica e piena legittimità d’esercizio del proprio Magistero. Nella “Quam luctuosam” e nella “Hoc Ipso”, Pio VII esprimeva tutta la sua personale fiducia e “la profondissima gratitudine” per il “carissimo figlio… in Cristo”, Napoleone Bonaparte. Ma la fiducia fu mal riposta, come sarebbe accaduto in secolo dopo con il Capo del Fascismo! Fu, purtroppo, una pace di Pirro tra Roma e Parigi, tra il Papa e l’Imperatore Bonaparte, incoronato dal Pontefice stesso nel 1802. Nel noto dipinto del David la simbologia è chiara: Napoleone, cinto del suo serto imperiale, incorona Giuseppina. Il Pontefice è ritratto seduto, alle spalle di Bonaparte, leggermente incurvato, con la destra un poco alzata in gesto benedicente e lo sguardo perso, forse, nel pensiero che quell’incoronazione anziché suggellare un’alleanza aveva sancito e consacrato il progetto assolutista di Napoleone. Gli eventi si ricorsero velocemente. Austerlitz e Jena, i successi militari, il nuovo catechismo “napoleonico”, l’introduzione della festa di San Napoleone, le pressioni per l’uscita di scena di Consalvi, gli affronti sul piano religioso: tutti tristi presagi che segneranno la marcia di avvicinamento delle truppe francesi verso Roma. Il 2 febbraio, il generale Miollis prende Castel Sant’Angelo. Pio VII, sempre più solo, si rifugia con pochissimi fedelissimi al Palazzo del Quirinale. Di lì sferrava il suo personale contrattacco: senza armi o milizie, ma con la forza della sua investitura di divina origine. È una interessante fonte storica, oltre che un grave atto pontificio, il breve “Quam Memorandum” del 10 giugno con il quale Pio VII “scomunica e anatemizza…tutti coloro che hanno avuto a che fare con l’invasione di quest’alma città e del territorio ecclesiastico, e con la sacrilega violazione del patrimonio della Chiesa”. Per rimorso di coscienza o semplice strategia, Miollis sferrò l’attacco finale solo tra il 5 e il 7 di luglio. Pio VII e il Cardinale Pacca (succeduto a Consalvi) furono tradotti a Savona, poi a Fontanbleu. Non si trattò affatto di “prigionie dorate”. Al Pontefice fu perpetrata una vera “violenza psicologica”: nessuna visita, nessun colloquio, nessun messaggio. Privato anche del Cardinal Pacca, stanco, in balìa dei suoi carcerieri, Napoleone in testa, il Pontefice riuscì ancora ad opporre il suo diniego allo scioglimento del matrimonio di Bonaparte con Giuseppina. Nemmeno il concilio nazionale convocato da Napoleone diede al Corso gli strumenti per ridurre al silenzio Pio VII. Solo la dura prigionia a Fonteinbleu e le melliflue manovre di religiosi filo-napoleonici, indussero il Papa alla resa con la firma di un nuovo Concordato (25 gennaio 1814) che riduceva i successori di Pietro a cappellani di corte. Di nuovo in sé, Pio VII, dopo poco, ricusò quella firma estorta con la violenza. La reazione di Napoleone sarebbe stata di certo ancor più truce se la Provvidenza non avesse segnato il termine della sua parabola politica: la disastrosa campagna di Russia allargò le maglie della prigionia del Pontefice, il quale riuscì a rientrare a Roma il 24 maggio 1814. “L’esempio di serena fermezza data dal Papa – ricordava Benedetto XVI durante la sua visita a Savona – ci invita a conservare inalterate nelle prove la fiducia in Dio, consapevoli che Egli, se pur permette per la sua Chiesa momenti difficili, non la abbandona mai”. Un esempio per tutti, un monito per molti, non solo d’Oltralpe ma anche d’Oltretevere.
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