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Come ci guarda Dio
di Sergio Rolando
CITTA’ DEL VATICANO – Oggi, in chiave psicologica e talvolta anche con disparati risvolti di dubbia attendibilità, si parla tanto di autostima. Spesso si lega questa parola ad un’esigenza di equilibrio interiore o, più edonisticamente, la si colloca tra gli ingredienti indispensabili per la ricetta del tanto desiderato successo. In questo mio approfondimento non è a tali termini che intendo riferirmi, ma ad una interpretazione ben diversa che leghi l’espressione autostima ad un concetto squisitamente cristiano che la associa all’imprescindibile legame tra l’uomo, con i suoi innegabili limiti, e l’infinita misericordia di Dio, la Sua onnipotenza ed il suo progetto salvifico. L’autostima cui faccio riferimento non è quella di cui in chiave odierna tanto si disserta, quella che può prestarsi a facili alchimie assolutorie, ad oppiacee panacee per i nostri sensi di colpa, ma è quella che ci conforta supportandoci con la consapevolezza di essere creature amate dal Creatore e ci mette in pace, anche con noi stessi, grazie a quell’assoluzione che solo Dio può dare nella sua infinita misericordia. Tanti sono nel Vangelo i riferimenti ai limiti dell’umana fragilità. Tante le figure che la rappresentano, oltre che nei Vangeli, anche nella stessa storia del cristianesimo nelle espressioni più diverse; come non pensare al tradimento di Pietro, alla conversione della Maddalena, al peccato dell’adultera, ai burrascosi trascorsi di Paolo di Tarso e del grande Agostino di Tagaste prima della conversione. Ma in tutti questi casi, che sono solo alcuni tra i più emblematici, emerge sempre con grande nitidezza la differenza tra il giudizio dell’occhio umano e quello dello sguardo di Dio. Perfino quello che noi chiamiamo il buon ladrone, appeso alla croce contemporaneamente a Cristo, giudicandosi da sè non si assolve, consapevole delle proprie colpe, eppure Gesù, commosso dalle parole di fede e contrizione di questi, gli promette addirittura di portarlo con sè: ladrone, pertanto, ed ultimo nel giudizio di riprovazione del mondo e nel suo stesso giudizio col quale si condanna, eppure compagno di Cristo in Paradiso! Emblematica pure la chiamata del pubblicano Matteo, che scandalizza quei Farisei che si chiedono come possa Gesù sedere tra pubblicani e peccatori. Lapidaria e illuminante la risposta di Cristo al giudizio ipocrita del mondo: “…non sono i sani che hanno bisogno del medico ma i malati”. E ancora: “Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori” (Matteo 9,9-13). Il pensiero che vorrei trasmettere è legato al nostro sguardo sul mondo e soprattutto su noi stessi: impariamo a guardarci un po’ con lo sguardo di Dio, con gli occhi della sua misericordia e del suo sconfinato amore. Attribuiamo a noi stessi e agli altri la stima e il prezzo che Cristo stesso ci ha attribuito riscattandoci col sangue che ha versato sulla croce. Così facendo, adottando questo parametro, la nostra mente si dilaterà su un ben diverso concetto di stima di noi stessi. L’autostima del cristiano non è quella che suggerisce il mondo in cui viviamo, che spesso la supporta con motivi di orgoglio personale più o meno plausibili o, peggio, talvolta con saccente presunzione, se non addirittura con superficiale coscienza auto-assolutoria dissociata da qualunque riferimento etico; ma è quella che si fonda sull’amore sconfinato di Cristo per ogni creatura umana, sulla stima che Lui ci dimostra chiamandoci assiduamente, malgrado i nostri limiti, e spesso, la nostra ottusa indisponibilità. Anche quando talvolta, scientemente e giustamente, vacilliamo nella consapevolezza del nostro dubbio valore di uomini cedevoli e magari siamo soverchiati da quello che oggi si direbbe un “crollo dell’autostima”, possiamo trovare la chiave risolutiva nella consapevolezza che sarà Lui a compensare ciò che tanto manca in noi se solo siamo disposti ad aprirci al suo aiuto. Pertanto, paradossalmente, tutta la sicurezza e l’autostima del cristiano poggia proprio sulla consapevolezza dei propri limiti e sul “De profundis clamavi te Domine”. Spesso, umanamente e scientificamente parlando, si evidenzia che per ogni figlio riveste grande importanza psicologica la consapevolezza di essere stimato dal proprio padre, pena, in mancanza, il serio rischio di un effetto destabilizzante per l’equilibrio psicologico e la costruzione dell’autostima; ebbene, la stima di un padre può essere talvolta compromessa dai difetti del figlio, non è così però per il Padre Celeste. Dio, infatti, non ci guarda solo stimandoci per ciò che siamo, perchè se così fosse dovremmo ricordarci sempre di quel “Chi non ha peccato, scagli la prima pietra” che inequivocabilmente ci boccia tutti in quanto uomini, ma ci guarda, come Egli stesso dice, con l’occhio del medico che vuole salvare a tutti i costi il suo malato. Mostriamo a Lui, quindi, le nostre piaghe, soprattutto quelle morali, prendiamone piena coscienza, con onestà morale ed intellettuale e diamoGli così modo di guarirle come solo Lui può fare. Fonderemo così la nostra autostima nella certezza di essere creature amate da Dio e proprio in quanto tali troveremo il rispetto di noi stessi cercando di aprirci a quest’amore salvifico, consapevoli che sarà Lui ad aggiungere e compensare tutto ciò che a noi manca. A quel punto, conterà meno la stima che di noi ha il mondo, ci influenzerà meno la stessa opinione che abbiamo di noi stessi e del nostro essere inadeguati e, forse, vincendo in questo modo ogni insicurezza, potremo addirittura diventare come la pietra che “scartata dai costruttori, è diventata testata d’angolo”. Proviamo pertanto a guardarci… come ci guarda Dio.
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