home chi siamo archivio news scriveteci
L’Onnipotenza di Dio è l’Onnipotenza dell’Amore
del Cardinale Angelo Comastri

L’inferno esiste ed è eterno
di Maurizio Fois

Quando l’Eucaristia è vittima dei satanisti
di Stefano Cropanese

Gli Ordini dei Canonici Regolari: numeri e abiti
di Daniele Di Sorco

Sul valore teologico del Concilio Vaticano II
di Don Curzio Nitoglia

Se anche le altre religioni recitassero il ‘mea culpa’
di Sergio Rolando

Il Generale e la cappella del disonore
di Gianluca Barile

La Grazia e il Peccato, nostro pane quotidiano
di Luciano Nicastro

Lettera a un seminarista
di Andrea Maniglia

Pompei, dove la Madonna appare ai cuori
di Padre Antonio Rungi



La scomunica: non una pena ma un migliore aiuto della sana Dottrina

di Filomena D’Amelio

CITTA’ DEL VATICANO – La Chiesa, “Corpo mistico di Cristo”, è la comunità universale dei credenti in Gesù, “in cui si esprimono la mistica unione e il vincolo della salvezza, cementati dalla Sua incarnazione e dal Suo sacrificio”. Essendo, dunque, la Chiesa, una società universale di fedeli, intesa come società spirituale, ma anche come una vera e propria società organizzata, dispone di leggi e norme (canoni) che ne regolano la vita. Tra le norme “penali” della Chiesa, particolare valenza e significato assume la scomunica, una censura, in forza della quale si viene esclusi dalla “comunione dei fedeli”, cioè dai beni spirituali (ad esempio, i sacramenti), mediante i quali la Chiesa aiuta i suoi membri a raggiungere la salvezza. La scomunica è prevista dal canone 1321 ed è la più grave delle pene previste dal codice di Diritto canonico: le altre censure sono l’interdetto e la sospensione a divinis. Quello della scomunica è un tema che, da sempre, ha intrigato e contrapposto il mondo della cultura, diviso tra estimatori e critici. I primi, in difesa dell’integrità dei principi del cristianesimo, della Chiesa cattolica e delle altre confessioni; i secondi, preoccupati che l’intransigenza della Chiesa, nell’interpretazione dei principi di fede e il conseguente ricorso alle pene previste dal Codice canonico potessero, di fatto, finire con il limitare, se non conculcare del tutto, nei fedeli, la libera e consapevole adesione ai principi della Chiesa e il loro rispetto. Perciò, la Chiesa, quale società naturale, si è data norme che ne regolano la vita, fin dalla sua nascita. La prima notizia della scomunica è del 731 d. C., anno in cui Papa Gregorio II scomunicava gli iconoclasti. Nel corso dei secoli si sono avuti diversi pronunciamenti e scomuniche, ricordiamo le più importanti: la scomunica che il Papa emanò nel 1054, allorché si consumò lo Scisma d’Oriente tra la Chiesa d’Occidente (cattolica) e la Chiesa d’Oriente (ortodossa), cui seguirono, per secoli, tensioni e contrasti che cessarono, nel 1964, allorchè Paolo VI incontrò il patriarca Atenagora I; la scomunica che Papa Gregorio VII emanò nei confronti dell’imperatore Enrico IV nel 1076 per porre fine alle lotte di successione e ai sanguinari contrasti tra i principi tedeschi: la scomunica costrinse l’imperatore a umiliarsi a Canossa, impetrando la grazia del Pontefice; la scomunica del 1570, con la quale Pio V dichiarava deposta la regina Elisabetta d’Inghilterra perché “eretica”; la scomunica di Martin Lutero nel 1521 che diede vita alla nascita del protestantesimo che fece separare dalla Chiesa cattolica popolazioni dell’Europa centrale; le tre scomuniche di Papa Pio IX nei confronti di Vittorio Emanuele II, re d’Italia: la prima nel 1860, per la sua politica ostile alla Chiesa; la seconda, nel 1870, all’ingresso delle truppe piemontesi in Roma, attraverso la breccia di Porta Pia; la terza, nel 1871, a seguito del regio decreto che espropriava i palazzi vaticani, compreso il Quirinale, fino a quel momento sede del papato; risale al 28 giugno 1949 il decreto del Sant’Uffizio con il quale Pio XII scomunicava il Partito comunista e i suoi aderenti, un provvedimento che suscitò non poche reazioni anche perché quella scomunica parve a molti dettata da ragioni politiche, laddove il Papa intendeva affermare l’incompatibilità delle idee del marxismo e del comunismo rispetto ai principi della Chiesa; ultimamente va ricordata la scomunica nei confronti di Monsignor Marcel Lefebvre (1988) e quella nei confronti del vescovo Emmanuel Milingo (2006). La storia della Chiesa cattolica, dunque, ha conosciuto scismi e abiure, contro i quali spesso si è levata l’autorità del éapa, minacciando o comminando la scomunica, cui spesso seguivano contrasti e vere guerre di religione. Il codice canonico enumera ben 37 scomuniche per diversi motivi, dalla profanazione delle sacre specie, alla violazione del segreto della confessione, e divide la scomunica in  latae sententiae, quelle che derivano da un comportamento di per sé delittuoso, che il codice considera automatiche e riservate alla Santa Sede, e le ferendae sententiae, quelle non automatiche. Si è molto discusso sulla origine della scomunica che, per i cristiani, è legata al mandato di Gesù al discepolo Pietro: “Io ti darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai in terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai in terra sarà sciolto nei cieli” (Matteo 16:19); e ai discepoli: “Io vi dico in verità che tutte le cose che legherete sulla terra, saranno legate nel cielo e tutte le cose che scioglierete sulla terra saranno sciolte in cielo” (Matteo 18:18); nonché: “A chi perdonerete i peccati saranno perdonati, a chi li riterrete, saranno ritenuti” (Giovanni 20:23). Anche l’apostolo Paolo prevede sanzioni nei confronti dei membri della Chiesa che commettono gravi infrazioni, quando dice: “E se qualcuno non obbedisce a ciò che diciamo in questa lettera, notatelo e non abbiate relazione con lui, affinché si vergogni” (Paolo, 2 ai Tessalonicesi: 3:14 e ss). E ancora Paolo: “Quelli di fuori li giudicherà Dio. Togliete il malvagio di mezzo a voi stessi” (Paolo ai Corinzi 5:13). Queste le linee essenziali della storia della scomunica. Sbaglierebbe, tuttavia, chi facesse derivare la scomunica dalla volontà assolutistica della Chiesa, quasi si trattasse di un provvedimento finalizzato alla difesa e al mantenimento del proprio status come organizzazione sociale. La scomunica, invece, è intesa dalla Chiesa come mezzo, come un rimedio estremo, per quanto doloroso, come un deterrente che sia capace di evitare che il fedele cada in errore con la conseguente perdita degli irrinunciabili valori della fede. Perciò la scomunica è ritenuta dall’autorità della Chiesa non come pena fine a se stessa, bensì come “aiuto” ai fedeli perché essi trovino la forza per emendarsi e si incamminino sulla retta via.