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Pompei, dove la Madonna appare ai cuori
di Padre Antonio Rungi



La Pentecoste di Manzoni: la forza rigeneratrice dello Spirito

di Mauro Bontempi

CITTA’ DEL VATICANO – Il servigio peggiore che la scuola italiana poteva rendere ad Alessandro Manzoni è sempre stato quello di propinare a dosi massicce i “Promessi Sposi” sol come vaccinazione obbligatoria, senza troppa passione o desiderio di comprendere e far apprezza la personalità dello sommo scrittore lombardo. Perché questo inconfessabile fastidio? Forse perché Alessandro Manzoni fu uomo di fede? Forse perché tutta la sua opera è impregnata di un certificato senso di religiosità profonda e genuina? ‘A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca’. Comunque sia, gli ‘Inni Sacri’ costituiscono merce rara nei programmi scolastici e, quindi, ad eccezione di qualche appassionato cultore o studioso di letteratura, essi rimangono un patrimonio culturale e spirituale muto per i cuori di molti. La spiritualità di Manzoni, trasmessa con un poetare asciutto, giammai sterile, fornisce spunti di riflessione non comuni. La ‘Pentecoste’ è uno degli Inni più noti e riusciti. Su di essa è opportuno riflettere, in questa fase del tempo liturgico, non per una esegesi letteraria ma per un invito alla preghiera. Né Dante, né Manzoni ebbero la pretesa di essere teologi;  tuttavia entrambi furono portatori di idee che sono il fulcro di una cultura che deve ricercare i valori di una civiltà che non distrugga l’umanità nella sua essenza razionale ed intellettiva. L’apporto originale del Manzoni, particolarmente evidente anche negli ‘Inni Sacri’, fu quello di una visione umana sublimata all’interno di una concezione meditata della storia e del significato che essa assume nel tormentato cammino degli eventi umani. L’elemento storico è centrale nel poetare di Manzoni, non però nell’accezione ‘libresca’ del succedersi di grandi eventi e di personaggi. Questa storia ha sempre per protagonista l’uomo, il singolo che fa Comunità.  La Chiesa è “Madre de’ Santi” ma è pur sempre fatta di uomini che nel momento drammatico e grandioso in cui il Cristo morì (“imporporò le zolle del suo sublime altare”), risorse (“dalle tenebre la diva spoglia uscita, mise il potente anelito della seconda vita”) ed ascese al Cielo (“da questa polve al trono del Genitor salì”) si nascondevano “in riposte mura”. L’ammissione della debolezza umana non ha impedito a questa comunità (“in tuo terrore sol vigile. Sol nell’obblio secura”) di divenire “immagine della città superna; del sangue incorruttibile conservatrice eterna”. Questa è la storia della giovane Comunità cristiana, così come fu, senza abbellimenti o tradimenti storici. Ma il Signore non abbandona il suo popolo. Cristo risorse e dal Cielo lo Spirito Santo “rinnovator discese, e l’inconsueta fiaccola nella tua destra accese” diffondendo su quegli uomini e quelle donne i suoi sette doni (sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio). La redenzione non è un atto storicamente concluso. La Chiesa non commemora, ma vive la propria promessa di Salvezza. Manzoni guarda al futuro e trasforma l’Inno da ricordo partecipe della discesa dello Spirito Santo a invocazione perché “la terra a lui ritorni”, cosicchè l’umanità si ricongiunga al Re dell’Universo. Non un magma informe ma ogni singolo individuo, protagonista della storia della salvezza, sin dal grembo materno. Sono proprio le madri le prime ad esser invitate a riflettere sul duplice miracolo che si sta realizzando in loro: “Cresce serbato al Santo quel che nel sen vi sta”. Non nutra invidia l’occhio della madre per il lusso e l’agiatezza altrui. “Non sa che al regno i miseri seco il Signor solleva?”. Un regno fatto di cieli e terre nuove. Un regno la cui “pace… il mondo irride ma che rapir non può”. Il poeta si rivolge quindi direttamente al “placabile Spirito”. È, ancora una volta, è una invocazione carica di forza e possanza, così come forte e potente è lo Spirito del Signore, la cui discesa gli uomini “sparsi per tutti i liti, un per Te di cor” implorano per ricreare e rianimare il cuore degli afflitti e dei dubbiosi, ma anche dei lontani da Dio. Ispirandosi alla sequenza della Santa Messa della Pentecoste, il Poeta ricorda che per ogni uomo lo Spirito è vicino. In ogni caduta ed in ogni stagione della vita, la Terza Persona della Trinità solleva gli animi afflitti (“ne’ languidi pensier dell’infelice scendi piacevole alito, aura consolatrice”) e stempera i sentimenti in odore di peccato (“negli animi l’ire superbe attuta”). Manzoni insiste molto sulla promessa di Salvezza al povero e all’emarginato: “sollevi il povero al ciel, ch’è suo, le ciglia; volga i lamenti in giubilo, pensando a cui somiglia”. Manzoni, infine, si rivolge allo Spirito Santo con accorato e commovente ardore sì da trovare ancora spazio, dopo due secoli, nel cuore del lettore: “Spira (Spirito) de’ nostri bamboli nell’ineffabil riso, spargi la casta porpora alle donzelle in viso; manda alle ascose vergini le pure gioie ascose; consacra delle spose il verecondo amor. Tempra de baldi giovani il confidente ingegno, reggi il viril proposito ad ineffabil segno; adorna le canizie di liete voglie sante; brilla nel guardo errante di chi sperando muor”.