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Da Paolo VI a Benedetto XVI passando per Giovanni Paolo II: l’alto Magistero dei Papi alle Nazioni Unite
di Mauro Bontempi
CITTA’ DEL VATICANO – L’Agorà del mondo. Con i suoi 192 Stati rappresentati, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si avvicina molto al concetto di Comunità Internazione. Da questo “palladio della concordia e della pace”, come lo definì Paolo VI, i Pontefici da oltre quarant’anni hanno aperto un particolarissimo dialogo con il mondo delle diplomazie e dei veti, delle speranze e delle ipocrisie. Era il 1965. Quattordici anni dopo, al termine del primo anno di Pontificato (1979), fu Giovanni Paolo II a rivolgere il suo pensiero all’Assemblea Generale. Il secondo ed ultimo appuntamento di Wojtyla all’ONU avvenne nel 1995 per il cinquantesimo di fondazione dell’Organizzazione. In occasione dei 60 anni della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, Benedetto XVI ha potuto contare sul contributo dei due illuminati Predecessori, la cui eco ancora limpida risuonerà nel corso dei secoli. Per il ventennale della Carta di San Francisco, Paolo VI, il 4 ottobre 1965, fa il suo ingresso al Palazzo di Vetro. L’intervento pronunciato presso l’Assemblea Generale, più breve rispetto a quelli che pronuncerà Wojtyla, molto vicino allo stile e all’oratoria, per così dire, “francescana” di Benedetto XVI, richiama l’attenzione sulla nobile missione dell’Organizzazione, sulla sfide che si prefigge di vincere ma anche sui pericoli e i limiti di un servizio dimentico di un fondamento spirituale. Il Vescovo di Roma, privo di “potenza temporale”, rappresentante di un piccolo fazzoletto di terra rivestito di una “quasi simbolica sovranità temporale, quanto gli basta per essere libero di esercitare la sua missione spirituale”, ha “un desiderio da esprimere e un permesso da chiedere, quello di potervi servire in ciò che a Noi è dato di fare, con disinteresse, con umiltà e amore”. È un servizio che si fa “pellegrinaggio in cerca di un colloquio con il mondo intero”. Il Papa, pellegrino, “esperto di umanità”, è latore di un messaggio d’amore da oltre venti secoli e fa propria la “voce dei morti e dei vivi”, dei poveri e dei sofferenti. In forza di questo mandato, Paolo VI ricorda e riflette sui tre compiti fondamentali dell’Organizzazione sanciti all’articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite: “Mantenere la pace e la sicurezza internazionale”; “sviluppare tra le Nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto dei principi dell’uguaglianza dei diritti e dell’autodecisione dei popoli”; “conseguire la cooperazione internazionale nella soluzione dei problemi internazionali”. Riconoscimento, unione, eguaglianza: è il motto in cui Paolo VI racchiude la forza e la grandezza delle Nazioni Unite. “La vostra caratteristica – azzarda Papa Montini – riflette in qualche modo nel campo temporale ciò che la Nostra Chiesa cattolica vuol essere nel campo spirituale: unica ed universale”. “Non v’è nulla di superiore sul piano naturale”, ma all’interno dell’Organizzazione “nessuno sia superiore agli altri”. Ricordando i compiti dell’Organizzazione, Paolo VI, in fondo, richiama ad una fedele coerenza ai principi della Carta di San Francisco, ma non vuole limitarsi a questo solo scopo: il discorso si alza di livello, o piuttosto, scende più a fondo nell’animo umano. “Non gli uni contro gli altri, non più, non mai!” ma “lavorare gli uni per gli altri”, dichiara solennemente nel suo elegante francese. È un’affermazione storica, al pari di poche altre pronunciate nel corso del XX secolo. “La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell’intera umanità” e le Nazioni Unite hanno il dovere di promuovere “l’educazione alla pace” fondata su principi assoluti quali la sacralità della vita e una degna esistenza per ciascun uomo sia sul piano materiale, sia culturale, sia spirituale. Prima il ricordo dei principi ispiratori, poi il riferimento alla causa suprema della pace, infine il richiamo alla “metanoia” e ad una sosta di riflessione su quale sia la via più giusta per la pace e la promozione dell’umanità: “L’edificio della moderna civiltà deve reggersi su principi spirituali”. La conclusione rimane quasi sospesa a mezz’aria facendo intravedere una naturale continuazione e uno sviluppo dell’argomentazione. Fu Giovanni Paolo II a soddisfare questa esigenza nei due acutissimi interventi alle Nazioni Unite, anch’essi, tra di loro, legati all’evoluzione dei tempi e del ruolo dell’Onu. Il dato generale che emerge dall’analisi del magistero papale sull’attività delle Nazioni Unite è il progressivo abbandono del deferente riconoscimento della funzione dell’Organismo (in parte sentito, in parte di prammatica) in favore di una mirata puntualizzazione di particolari aspetti critici negli equilibri internazionali e nella gestione della politica internazionale. Giovanni Paolo II dedica le prime battute del suo intervento dell’ottobre 1979 a chiarire alcune questioni preliminari: tra Santa Sede e Nazioni Unite c’è cooperazione. Esiste, quindi, un rapporto di parità tra i due soggetti. Il dato oggettivo delle ridotte dimensione dello Stato della Città del Vaticano è un dettaglio assolutamente ininfluente. Wojtyla esprime in altri termini la logica di Montini: il Vaticano “non ha bisogno” di un territorio di rilevante dimensione fisiche per esercitare la sua missione, perché esso è, per missione, universale. Il vero portato rivoluzionario del messaggio di Giovanni Paolo II alle Nazioni Unite è un altro: “Ci incontriamo in nome dell’uomo inteso nella sua integralità, in tutta la pienezza e multiforme ricchezza della sua esistenza, spirituale e materiale”. Forse il Papa confuse l’ONU con un parlamento nazionale? Forse il Papa rifiutava o ignorava il fatto che l’ONU fosse una organizzazione internazionale i cui membri possono essere solo soggetti di diritto internazionale? Wojtyla lo sa. Lo sa talmente bene che espone rapidamente la logica delle sue affermazioni apparentemente contraddittorie: “Ogni essere umano che abita il nostro pianeta è membro di una società civile, di una Nazione (…). Ognuno di voi è rappresentante di singoli Stati, sistemi e strutture politiche, ma soprattutto di determinate unità umane; Voi siete rappresentanti degli uomini, praticamente di quasi tutti gli uomini del globo: uomini concreti, comunità e popoli, che vivono l’odierna fase della loro storia, ed insieme sono inseriti nella storia di tutta l’umanità”. “L’attività politica, nazionale ed internazionale”, in ultima analisi, viene “dall’uomo”, si esercita “mediante l’uomo” ed è “per l’uomo”. È la rivoluzione copernicana wojtyliana (così, tempo addietro, definimmo, sempre sulle colonne di “Petrus”, l’antropologia cristiana di Giovanni Paolo II). Molti giusinternazionalisti sostengono l’esistenza di diritti e soggetti individuali anche nel diritto internazionale e, certamente, questo discorso sposa (per non spingerci ad affermare che abbia concorso a creare) questa dottrina. In realtà, Pontefice polacco intende porre l’accento sulla centralità assoluta dell’individuo in ogni campo, latitudine e contesto storico-giuridico. Wojtyla non esita a ricordare che la declinazione della “politica” come difesa del particolare “significa spesso soltanto guadagno e profitto unilaterale a danno di altri, oppure volontà di potenza (…), è contrario allo spirito della Dichiarazione (…) costata la vita di milioni di nostri Fratelli e Sorelle”. “L’interesse politico così inteso, perdonatemi – ribadisce il Pontefice -, porta disonore alla nobile e difficile missione che propria del vostro servizio”. Ciò è imperdonabile sia sul piano etico-morale sia perché i numerosi focolai di guerra richiedono un intervento “che abbia come fine la cooperazione internazionale”: le Nazioni Unite “hanno un compito chiave e direttivo” che non possono disattendere. Ecco, allora, la seconda riflessione centrale di questo primo discorso all’ONU di Giovanni Paolo II. Il “mai più la guerra” obbliga l’umanità intera ad interrogarsi sulla “genesi della guerra”, sulla sua “sostanza”? La guerra è, ultimamente, la negazione della dignità propria di ogni essere umano. Questa dignità si esprime in diversi modi e forme, materiali e spirituali, difesi e proclamati in quella suprema legislazione per l’Uomo e dell’Uomo nota come “Diritti Umani” dei quali Giovanni Paolo II fa esplicita menzione nel suo intervento dell’ottobre 1979, soffermandosi, nel corso del suo intervento, in particolare su tutte le forme di diseguaglianza sociale ed economica (dallo sfruttamento del lavoro, al sottosviluppo di ampie regioni del mondo), sulla libertà religiosa e sui diritti del Fanciullo. “L’insieme dei diritti dell’uomo – ricorda il Papa – corrisponde alla sostanza della dignità dell’essere umano, inteso integralmente, e non ridotto a una sola dimensione; essi si riferiscono alla soddisfazione dei bisogni essenziali dell’uomo, all’esercizio delle sue libertà, alle sue relazioni con altre persone; ma essi si riferiscono sempre e dovunque all’uomo, alla sua piena dimensione umana”. Norme, quindi, tutte fondamentali e imprescindibili ma sottoposte ad una essenziale gerarchia inscritta nell’animo dell’Uomo deve tributare primazia ai principi spirituali rispetto a quelli materiali. La civiltà contemporanea, al contrario, ha concentrato la propria attenzione allo sviluppo dei beni materiali, emarginando e disistimando “la dimensione spirituale dell’esistenza umana”. “Coltivando questa unilaterale subordinazione umana ai soli beni materiali – ammonisce Giovanni Paolo II – non saremo capaci di superare tale stato di necessità”. Il Papa venuto dall’Est parla chiaramente: i conflitti esistono nella misura in cui permangono violazioni dei diritti umani. La Comunità Internazionale (vedi Nazioni Unite), allorquando interviene, si limita ad interventi di natura sintomatica (vedi le Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza) senza risalire alle cause dei conflitti le quali, per l’appunto, sono di natura materiale e spirituale. A tal proposito, il Papa, in conclusione, afferma: “Lo sforzo della civilizzazione tende da secoli in una direzione, dare cioè alla vita delle singole società politiche una forma in cui possono essere pienamente garantiti i diritti obiettivi dello spirito, della coscienza umana, della creatività umana, inclusa la relazione dell’uomo con Dio. Eppure siamo sempre testimoni delle minacce e violazioni che in questo campo ritornano, spesso senza possibilità di ricordi ed istanze superiori o di rimedi efficaci”. Il monito è forte e perentorio. Non ci sono sconti o cortesie di rito. I Successori di Pietro, in nome di Dio e della genìa umana, cominciano a richiamare l’ONU e la Comunità Internazionale ai loro compiti. Il 5 ottobre 1995 Giovanni Paolo II attraversa con passo lento ma con spirito leonino l’aula dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, percorsa ben sedici anni prima. Molte cose sono cambiate da allora. A queste il Papa dedica ampio spazio: “Alle soglie di un nuovo millennio – dice in apertura il Pontefice -, siamo testimoni di una straordinaria globale accelerazione di quella ricerca di libertà che è una delle grandi dinamiche della storia dell’uomo”. Gli eventi del 1989, le “rivoluzioni non violente”, lo hanno dimostrato. Tutto il discorso di Wojtyla si concentra sul valore della libertà. Così, riallacciandosi a quanto pronunciato nel ’79, sottolinea che “la ricerca della libertà nel nostro tempo ha il suo fondamento in quei diritti universali di cui gode l’uomo per il semplice fatto di essere tale”, i quali riflettono la legge morale universale, “quella sorta di grammatica che serve al mondo per affrontare questa discussione circa il suo futuro”. Un futuro che Giovanni Paolo II ricostruisce sulla base di due elementi particolarmente sentiti, la “universalità” e la “particolarità”. La maggior mobilità di popoli, figlia dell’affermazione in più vasti regioni dei principi di libertà, ha reso ancor più evidente e più tangibile l’esistenza di diritti universali inviolabili. D’altra parte, i numerosi conflitti etnici che hanno insanguinato i Balcani negli anni Novanta, nonché l’emergere di problemi di integrazione e di diritti delle minoranze, sembrano offuscare la natura e la funzione degli Stati. Diversamente da quanto avvenuto nel 1979, Giovanni Paolo II sottolinea l’esistenza dei “diritti delle Nazioni”, cioè “i diritti umani colti a livello della vita comunitaria”, primo fra tutti quello esistenza e a difendere la propria identità. Se le minoranze hanno diritto ad esistere, gli uomini a spostarsi liberamente e gli Stati a veder rispettata la propria integrità, come risolvere i dissidi? Cercando di isolare e risolvere il vero problema, risponde Giovanni Paolo II: la “paura della differenza”. Essa mina l’impianto dei diritti umani perché disconosce la fondamentale comunanza umana che è alla base di questi e all’origine di ogni principio di convivenza pacifica. Nel “mistero di Dio”, propone audacemente Wojtyla, l’umanità può riscoprire la vera fratellanza e quel “vero patriottismo” che “non cerca mai di promuovere il bene della propria Nazione a discapito di altre”. La “famiglia delle Nazioni”, l’ONU, ma un po’ tutta l’umanità sembra pervasa, coglie il Papa, da un senso di paura per il suo futuro: “Uno dei maggiori paradossi del nostro tempo è che l’uomo, il quale ha iniziato il periodo che chiamiamo modernità con una fiduciosa asserzione della propria maturità ed autonomia, si avvicina al secolo ventesimo timoroso di se stesso, impaurito dal futuro”. Così come si può ravvisare un evidente legame tra alcune riflessioni di Montini e gli interventi di Giovanni Paolo II, il forte richiamo ai valori della libertà e della speranza cui Wojtyla fa riferimento nell’intervento all’ONU del 1995 si allaccia perfettamente al messaggio portato da Benedetto XVI nel Nuovo Mondo. Gli odi si alimentano con la paura, mentre “la speranza e la fiducia” – lungi dall’essere “fatuo ottimismo” – sono la premessa di una responsabile operosità e trovano alimento nell’intimo santuario della coscienza, là dove “l’uomo si trova con Dio”. Con questo spirito la libertà diviene veramente “misura della dignità e della grandezza dell’uomo”. Essa “non è semplice assenza di tirannia o di oppressione – ricorda Giovanni Paolo II – né è licenza di fare tutto ciò che si vuole. La libertà possiede una “logica” interna che la qualifica e la nobilita: essa è ordinata alla verità e si realizza nella ricerca e nell’attuazione della verità”. Se la storia ha condannato il marxismo e le dittature comuniste, altrettanto avverrà per quell’utilitarismo che persegue un vantaggio meramente egoista, disgregatore e avversario di una vera società libera. “Non c’è Libertà senza la Verità , non esiste Verità senza la Libertà ”: il motto, in sintesi, lasciato da Wojtyla alle Nazioni Unite. Parlando dallo scranno dei relatori, i Pontefici, araldi di pace, hanno fornito un contributo sincero e profondo alla riflessione delle menti e alla conversione dei cuori. Le loro voci di supplica a Dio sono degnamente riassunte dall’invocazione di chiusura dell’intervento pronunciato nel 1995 da Giovanni Paolo II: “Possiamo costruire nel secolo che sta per giungere e per il prossimo millennio una civiltà degna della persona umana, una vera cultura della libertà. Possiamo e dobbiamo farlo! E, facendolo, potremmo renderci conto che le lacrime di questo secolo hanno preparato il terreno ad una nuova primavere dello spirito umano”.
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