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Resistenza: quando Peppone uccide Don Camillo

di Salvatore Izzo

CITTA’ DEL VATICANO – Nel marzo del 1991, in seguito a una segnalazione anonima, è stata scoperta a Campagnola (Reggio Emilia) una delle tante fosse comuni scavate dai partigiani comunisti nell’Italia del nord alla metà degli anni Quaranta e riempite con i resti di persone assassinate prima o dopo la fine della seconda guerra mondiale. Quel ritrovamento, grazie anche al processo di revisione storica e culturale innescato dal crollo del comunismo su scala mondiale, ha riaperto in Italia la questione (mai affrontata fino in fondo perchè coperta dal mito della Resistenza) degli italiani uccisi durante e dopo la guerra civile e del rapporto tra quelle stragi e la Resistenza nel nostro Paese. Per l’Azione Cattolica, che ha pubblicato il Martirologio del Clero Italiano, furono 129 i sacerdoti massacrati tra il 1944 e il 1947 in tutta la Penisola. Solo una piccola parte di loro aveva simpatizzato per il fascismo; la giustizia sommaria dei partigiani colpì soprattutto degli innocenti. Preti che vennero eliminati per essersi opposti ai disegni politici dei comunisti o per aver criticato dal pulpito gli abusi della lotta di liberazione. E molti erano stati antifascisti impegnati o addirittura cappellani della Resistenza. La lista cronologica dei sacerdoti martiri evidenzia che le uccisioni continuarono ben oltre il 25 aprile 1945. Fino al dicembre di quell’anno la lista è ancora lunga, così come è corposo anche l’elenco del 1946. Quattro uccisioni sono registrate nel 1947. L‘ultimo prete ucciso per ”motivi politici” è Don Ugo Bardotti, di pievano di Cevoli, nella Diocesi di San Miniato, in provincia di Pisa. Verso le ore 22.00 di Domenica 4 febbraio 1951 tre persone bussano alla canonica e l’anziana zia del prete, che gli fa da perpetua, apre perchè sente un cognome conosciuto in zona. Poi tre colpi di pistola: Don Bardotti cade, ultima vittima di una malattia tremenda, l’odio, senza il quale, del resto, non possono sussistere le ideologie che hanno devastato il secolo appena trascorso. Una cinquantina di sacerdoti furono uccisi nell’Istria e nel Friuli-Venezia Giulia, per lo piu’ dai partigiani di Tito, per una commistione tra ideologia comunista e nazionalismo. 80 sacerdoti furono assassinati nelle regioni del nord Italia: oltre agli uccisi nel ”Triangolo rosso” (Bologna, Reggio Emilia, Ferrara), di cui qualcosa qua e là è stato pubblicato, ve ne furono 12 in Toscana, altrettanti in Piemonte, 4 nelle Marche, tutti ”desaparecidos”. Nessuno ha piu’ parlato di questi preti. In molti casi non si è ritrovato neppure il corpo. Le loro storie sono state ricostruite dal giornalista Roberto Beretta di ‘Avvenire’, nel volume ”Storia dei preti uccisi dai partigiani”, edito da Piemme, che identifica in alcuni casi il ”movente”: 5 o 6 sacerdoti erano considerati smaccatamente fascisti (come quel Don Tullio Calcagno prima sospeso a divinis, poi addirittura scomunicato per la sua intensa attivita’ politica che pagò con la vita nel 1945); una decina di altri preti cappellani militari, giudicati ”collusi” col fascismo per la scelta di non abbandonare i soldati di Salò e portarvi assistenza spirituale. La stragrande maggioranza, comunque, non fu assassinata per i rapporti, o presunti tali, col regime. Erano sacerdoti che davano fastidio perchè chiedevano di non abbandonarsi a giustizie sommarie, o che venivano puniti perchè giudicati ‘padroni’ a causa dei possedimenti. Ci sono tante storie di sacerdoti cappellani di partigiani che furono uccisi dai partigiani di colore opposto. Questo è successo varie volte anche in Emilia quando le formazioni rosse tentarono di imporre ”il loro colore” a tutto il movimento partigiano, composto pure da liberali, azionisti, cattolici. Don Giuseppe Iemmi, di Felina (Reggio Emilia), è morto a 26 anni perchè si opponeva a questa politicizzazione. Fu addirittura lui ad andare a cercare sulla montagna i suoi assassini, che non lo avevano trovato in canonica. Pensava che avessero bisogno di lui. In alcuni casi, rari, i killer sono stati perseguiti, ma spesso all’omicidio si è aggiunto un ulteriore oltraggio, impedendo addirittura che si tenessero pubbliche esequie per le vittime, o anche propalando su di loro dicerie infamanti, quasi a giustificarne l’uccisione. La mano omicida ha colpito in tutta Italia, dalla Val d’Aosta al Friuli, arrivando fino alla Calabria. Nel suo libro, Beretta si chiede: ”Erano colpevoli? E, se lo erano, meritavano di morire come sono stati uccisi, per giustizia sommaria, senza processo, talvolta ‘prelevati’ e mai più ritrovati, tra l’altro seppelliti senza alcun funerale, fatti fuori anche vari mesi dopo la guerra sulla base di sospetti mai verificati, o anche di vendette personali fatte passare per motivi politici, diffamati in vita e ancor più in morte, perchè più l’accusa era importante, più si sarebbe digerito il delitto?”. Domande alle quali lo stesso Beretta non dà risposte: ”Ciascuno giudichi; in me, che la guerra non ho vissuto – scrive -, ha finito per prevalere la pietà per queste figure, tanto spesso innocenti o al massimo colpevoli quanto può esserlo qualunque uomo messo alle strette dalle circostanze della vita”.