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La confortante profondità del Gesù descritto dal Papa teologo
di Mauro Bontempi
CITTA’ DEL VATICANO – Il “Gesù di Nazaret” di Benedetto XVI (oltre un milione di copie vendute) è stato accolto dalla Chiesa tutta con sincera gratitudine e riconoscenza e come un aiuto nell’approfondimento (o nella scoperta) della fede in Cristo: “Non è in alcun modo un atto magisteriale – afferma il Pontefice nella premessa del libro -, ma è unicamente espressione della mia ricerca personale del volto del Signore”. Questo libro, aggiunge, è “la mia interpretazione della figura di Gesù nel Nuovo Testamento (…). La critica quindi è un’ipotesi praticabile”. Sulle pagine di “Micromega” non si sono lasciati scappare questa ghiotta occasione (sic!). Nel numero di luglio-settembre 2007, infatti, sono apparsi tre interventi di netta stroncatura del “Gesù di Nazaret” del Papa teologo. “L’imbarazzante mediocrità del Gesù di Ratzinger”: è questo l’ “affettuoso” titolo dell’ampia sezione. Un teologo protestante, uno storico ebreo, un presbitero cattolico hanno tentato di spiegare le ragioni di questa presunta “inconsistenza”. Ognuno secondo la propria personale storia, la formazione, il credo, ha ritenuto contraddittorio o discutibile il testo. Si noti l’inciso cruciale: “secondo la propria personale storia, formazione e credo religioso”. È evidente il paradosso: il Pontefice, Vicario di Cristo e Successore di Pietro, si dichiara fallibile mentre i tre autori si esprimono con tale apodittica convinzione da sembrar quasi dotati dell’infallibilità papale. Non è solo questione di forma e stile, ma di approccio nell’analisi e di malcelato pregiudizio verso l’opera del Pontefice. Ciò vale a conferma delle parole del Papa: “Senza (un) anticipo di simpatia… non c’è alcuna comprensione”! Il teologo protestante, se per un verso concorda con Benedetto XVI sul dato ineludibile che la fede non può essere fondata nella sua essenza sulla filosofia, la scienza e neppure sul metodo storico, rileva diverse contraddizioni, come gli altri due interventori, sia sul piano dell’esegesi sia sul piano storiografico. Gli fa eco il presbitero che definisce, con profondo “affetto” verso Benedetto XVI, una ”teologia da cucinino” quella del Pontefice: rinchiusa nella piccola cerchia di conoscenza del Pontefice. La commissione esaminatrice concede al candidato Ratzinger Joseph una striminzita sufficienza…(sic!!). Se è lecito avanzare critiche sulle tesi di Benedetto XVI, non sarà certo proibito adombrare qualche “riserva sulle riserve” avanzate nei confronti della sua opera. Dirimente sembra essere la semplice analisi testuale della Premessa al “Gesù di Nazaret” (più volte citata anche dal teologo protestate) all’interno della quale sono espressi molto chiaramente metodo, ragione e scopo dell’opera: non dimostrare, ma mostrare. Non una “prova”, come ha anche ammesso il teologo protestante, bensì una “testimonianza” sulla base del “proprio vissuto, del proprio incontro con Cristo” e delle proprie convinzioni. Sulla questione di Cristo “vero Dio e vero Uomo”, il Papa mette in luce pochi ma essenziali aspetti. “Il metodo storico-critico è e rimane una dimensione irrinunciabile del lavoro esegetico”. Ciò spiega perché “Gesù di Nazaret” esercita un fascino sempre vivo e nuovo: “Questo Gesù – quello dei Vangeli – è una figura storicamente sensata e convincente” che se per un verso non mortifica ma soddisfa la naturale, necessaria e, comunque insopprimibile, istanza razionale; dall’altro consente di individuare in Cristo il punto di convergenza e di sutura tra Vecchio e Nuovo Testamento, “cresciut(i) nel e dal soggetto vivo del popolo di Dio in cammino”. Questo percorso, tuttavia, “presuppone una scelta di fede” e, ad ogni modo, assorbe e supera l’adesione al Cristo puramente “storico”: “solo se era successo qualcosa di straordinario, se la figura e le parole di Gesù avevano superato radicalmente le speranze e le aspettative dell’epoca, si spiega la sua crocifissione e si spiega la sua efficacia”. Sia il teologo valdese, sia lo storico ebreo, sia il presbitero cattolico riconducono la loro critica a questioni avulse dal contesto specifico del libro del Papa ma attinenti ai rapporti tra le rispettive comunità di appartenenza e la Chiesa di Roma. Lo storico ebreo, quindi, come è naturale, non può che sottolineare l’ebraicità di Cristo a fronte della posizione del Pontefice tesa a rimarcare gli elementi di novità evidente nei Vangeli pur nel senso di piena appartenenza al Popolo Eletto. Le critiche del Valdese e del Presbitero Cattolico, altrettanto scontatamente, si concentrano sulla traditio: l’unitarietà dei testi così come la tradizione li ha consegnati, il ruolo della Chiesa come mater et magistra; ma anche la difficoltà oggettiva della comprensione logica complessiva di Cristo e la forza “perforante” della sua figura, il richiamo a Dio: non si può capire Dio senza essere per il Figlio, non si può comprendere il Figlio senza l’abbandono al Padre. Né il teologo valdese, né lo storico ebreo, né il presbitero cattolico sottolineano il vero leiv-motiv del “Gesù di Nazaret”: “Considera(re) Gesù a partire dalla Sua comunione con il Padre. (…) Senza questa comunione non si può capire niente e partendo da essa Egli si fa presente a noi anche oggi”. Principio che svela il senso di tutto ed attraverso il quale Benedetto XVI spinge il lettore nei suoi pensieri sul Cristo. Se un uomo, quand’anche uno soltanto, dopo la lettura del libro del Pontefice, ha scoperto o riscoperto Gesù, questo sarà per l’autore e per la Chiesa di Cristo il successo più grande. È questa la confortante profondità del Gesù di Ratzinger.
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