di Luigi Accattoli*
CITTA’ DEL VATICANO – “Santità, vengo ora dal Sinai dove ho pensato a lei come a un nuovo Mosè”: così raccontava d’aver parlato al Papa nel 1984 il vescovo Renato Corti, e lo raccontava venerdì scorso nel duomo di Novara durante un incontro per il terzo anniversario della morte di Giovanni Paolo II. Riferiva poi della domanda stupita del Papa: “Perché quel paragone?”. Questa la risposta di Corti: “Perché Mosè è un mistico ‘con il quale il Signore parlava faccia a faccia’, come leggiamo nel Deuteronomio (34,10), e lei quando prega ci trasmette questa immagine del colloquio con il Signore; e poi perché lei -come Mosè – è un condottiero”. Quella confessione mi indusse venerdì a narrare anch’io un aneddoto somigliante a quello del vescovo: ero un giorno del 1989 alla Messa del mattino nella cappella privata del Papa, essendo gravemente malata la mia prima moglie, e Giovanni Paolo, nel saluto che ci fece nella Biblioteca, mi chiese: “Perchè mi avete paragonato a Mosè?”. Il riferimento era al volume che Domenico del Rio e io avevamo pubblicato nel decimo anniversario della sua elezione: “Wojtyla il nuovo Mosè” (Mondadori 1988). Risposi: “Perché lei ha la missione di guidare la Chiesa dal secondo al terzo millennio, come Mosè portò il popolo di Israele al di là del Mar Rosso”. “E’ un paragone esagerato, la ringrazio comunque dello sforzo di comprensione che avete condotto”, rispose il Papa. Cinque anni più tardi, durante un incontro con noi giornalisti nella Sala Stampa vaticana, esclamerà a proposito del progetto del viaggio giubilare che prevedeva una tappa nel Sinai: “Hanno detto di me che sono un nuovo Mosè, non so perché, ma l’hanno detto. Qui si trovano gli autori del libro che porta questo titolo”. Il vescovo Corti l’aveva detto quattro anni prima di noi. A tre anni dalla morte e a 24 anni dalla battuta del vescovo, egli ci appare sempre di più come un Mosè orante e condottiero.
*Vaticanista del ‘Corriere della Sera’