di Marco Tosatti*
CITTA’ DEL VATICANO – Tre anni fa la sua morte ha toccato molti cuori. Le vie della conoscenza interiore non sono razionali; “ho pianto, e ho creduto”: così racconta la sua conversione, nelle “Memorie d’oltretomba”, Francois René de Chateaubriand. Le lacrime, la commozione, aprono spesso spiragli, finestre sulle realtà non materiali; e così è stato allora, almeno a leggere le testimonianze che molte persone inviano al sito della Causa di beatificazione. Giovanni Paolo II nella sua parabola da Pontefice atletico e vigoroso a immagine quotidiana dello sforzo e della sofferenza, aveva piano piano conquistato la simpatia del mondo. La sua evidente fragilità smorzò avversioni e ostilità. E la battaglia combattuta contro la guerra in Iraq, mentre già si avviava alla fine, gli guadagnò anche la simpatia di chi da sinistra per la Chiesa non dimostra tenerezza. Abbiamo tutti vissuto gli anni che andavano dal 2000 al 2005 in un eccesso di emozione, spiando ogni passo stentato, tremando quando sembrava barcollare. L’attenzione era focalizzata su di lui, più che sul suo messaggio. Che è rimasto lo stesso, senza sconti e cambiamenti, dal 1978 in poi, fino alla morte. E così si è ripetuto un fenomeno già visto in passato, specialmente per Paolo VI. Molte persone che adesso rimpiangono Giovanni Paolo II, e che assistevano attonite, ma silenziose, all’”eccesso” di umanizzazione provocato in lui dalla sofferenza, sembrano provare vergogna, ora, e mostrano nei confronti della Chiesa una severità straordinaria. Quasi volessero farsi perdonare quei momenti di debolezza sentimentale dell’Aprile 2005. Ne fa le spese l’amico e la “spalla” teologica di Giovanni Paolo II: Joseph Ratzinger, che vivo Karol, si addossava l’amaro delle decisioni condivise, e il ruolo di “cattivo”. Adesso si trova a difendere il messaggio di prima, il messaggio di sempre della Chiesa, senza lo schermo dell’umana simpatia di Karol. Anziano anch’egli, e, forse, sofferente anch’egli, sia pure in maniera diversa. Karol Wojtyla pensava che la sua malattia, esposta, fosse una forma di evangelizzazione. Joseph, più timido, ha una visione diversa dei ruoli, privato e pubblico, del Papa. Certo; ci manca, Giovanni Paolo II. Forse questo può essere lo spunto per riflettere su quanto sia fragile la nostra razionalità, se emozioni superficiali come simpatia o antipatia, ci nascondono il senso profondo dei messaggi.
*Vaticanista del quotidiano ‘La Stampa’