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Potrebbe essere Benedetto XVI a dare l’ultima spallata al comunismo in Cina

di Mauro Bontempi

CITTA’ DEL VATICANO – Giovanni Paolo II fornì un contributo rilevante, ancorché storicamente non ancora perfettamente quantificabile, nell’implosione del comunismo sovietico e del suo impero. Ragionando forse per difetto, il ruolo del Pontefice fu esemplificato da Gorbaciov nella famosa metafora: Wojtyla non buttò giù il muro di Berlino, ma diede una grande spallata. Fu la sua Polonia il terreno di maggiore azione dell’offensiva della Santa Sede. Un’offensiva pacifica, basata sulla diplomazia e l’apostolato del Pontefice, inziata già nel Giugno 1979 con il primo viaggio in Polonia e la vibrante omelia in Piazza della Vittoria: “Non si può escludere Cristo dalla storia dell’uomo in qualsiasi parte del globo, e su qualsiasi longitudine e latitudine geografica. L’esclusione di Cristo dalla storia dell’uomo è un atto contro l’uomo”. Parole che suonavano come una riscossa pacifica contro il regime sovietico e la sua ideologia nichilista. Fu una lunga battaglia, combattuta assieme a tanti uomini e donne di ogni parte del mondo. Una battaglia senza esclusione di colpi, sino al sacrificio della vita: una mano schiacciò il grilletto, un’altra deviò il proiettile. La Cina, secondo i valori del PIL calcolati sulla base delle Parità dei Poteri d’Acquisto del 2006, segue gli Stati Uniti ad un ritmo di crescita dell’11,4 % (nell’Unione Europea siamo a poco più del 2%; l’Italia cresce – si fa per dire – di poco più di mezzo punto percentuale!). Sul piano economico, il paragone tra l’URSS degli anni Ottanta e la Cina del nuovo millennio non sussiste. Nostro malgrado, entrambe le potenze hanno imposto un regime contrario ai fondamentali principi di libertà di pensiero, espressione e, quindi, anche di credo religioso. Dietro le necessarie riforme economiche imposte dal mercato globale, il governo di Pechino continua a negare la nascita di una vera democrazia in Cina. Per la Chiesa è una priorità irrinunciabile quella di dare voce ad una Chiesa che non è nel silenzio, ma comunque può parlare solo con toni bassi… Sul fronte religioso la partita è complessa: per certo, la lettera inviata da Benedetto XVI ai cattolici cinesi, poco meno di un anno fa, ha aperto la fase operativa della questione cinese. Una fase per certe versi nuova e pur sempre minacciata dalle sabbie mobili della diplomazia o dagli “altolà” e dalle “cortine di fumo” che si levano periodicamente dalle parti di Pechino. La miscela esplosiva “Tibet-Giochi Olimpici” ha sparigliato le carte in tavola fornendo una possibile, non ancora probabile, opportunità alla Santa Sede e all’attività del Santo Padre per creare una falla nel monolite comunista. Le truppe del Papa, come chiedeva Stalin, non imbracciano armi e non calzano elmetti, non professano il culto della guerra ma si battono per la realizzazione nel mondo della pace universale. In primo piano, in questa vicenda ci sono i diritti umani e la libertà di culto, vero ariete in qualsiasi regime. Quel prisma, come sosteneva Giovanni Paolo II, attraverso cui si irradiano i raggi luminosi di tutte le libertà civili e politiche. Tibet, regione dai confini incerti e dalle sorti alterne, nel secondo dopoguerra è stato oggetto di un’aspra contesa fra India e Cina. Mentre, però, il governo di Nuova Deli propose una forma di controllo sulla regione lasciando autonomia nei rapporti esterni, a Pechino si era di tutt’altro avviso. Nel corso dei secoli, la Cina ha sempre tentato di annettere con la forza il territorio che era amministrato dal Dalai Lama, leader religioso e politico. Così nel 1950, su ordine di Mao, truppe cinesi entrarono a Lhasa, capitale della regione. Il Dalai Lama si mise alla testa della resistenza contro gli occupanti. La tensione esplose nel 1959 con una rivolta armata repressa duramente dalle forze occupanti. Il Dalai Lama e il governo tibetano furono costretti all’esilio. In tutta la vicenda la comunità internazionale è rimasta a guardare, acquiescente. Solo negli ultimi anni la questione tibetana ha trovato maggiore risonanza sui mezzi di comunicazione, facendo breccia anche presso alcuni governi. La Santa Sede, orientando la sua azione sul dialogo interreligioso, può difendere questa causa senza cadere nella trappola degli equilibri internazionali. In ballo c’è anche l’annosa questione della condizione dei cattolici in Cina, dei rapporti tra Roma, Pechino e la Chiesa nazionale. Più volte il Pontefice ha ribadito il suo atto d’accusa contro la sistematica politica di discriminazione sino alla martirizzazione di cristiani in molte parti del mondo. La questione cinese rappresenta, forse, l’esempio più eclatante. Buddisti e cristiani sono oggetto di una spietata repressione: i primi in forma, oggi, più accesa e brutale; i secondi attraverso schemi, astutamente, più coperti ma non meno affliggenti e mortificanti. “Chiediamo a Dio onnipotente, fonte di luce, che illumini le menti di tutti e dia a ciascuno il coraggio di scegliere la via del dialogo e della tolleranza”: così Benedetto XVI, durante l’udienza di Mercoledì Santo. Dialogo e tolleranza: con questi strumenti la Santa Sede, con l’aiuto di Dio, vincerà la battaglia con ogni “ideologia della morte”, contro ogni regime che opprima l’uomo, ogni uomo, ogni creatura che si richiama e si riconosce figlia di un Dio giusto e buono. In un certo senso il comunismo, in Cina, ha cominciato la sua parabola discendente. Il grado di accelerazione è in mano agli uomini, soprattutto al Successore di Pietro.