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Io, il Papa e i dolci de zi’ Boccione
di Clemente J. Mimun*
ROMA – Le brioches de zi’ Boccione, la carne secca e le coppiette di Angelino, i carciofi alla giudia e la concia della mamma: sono gli alimenti della cosiddetta cucina giudaico-romanesca che hanno accompagnato la mia infanzia e, ancora oggi, fanno parte delle prelibatezze gastronomiche di Roma. Quando da ragazzino andavo alle scuole elementari, l’ora di ricreazione era caratterizzata da partite a pallone (con la palla che era rigorosamente di carta) e dalla merenda, che veniva portata dalla pasticceria dell’ex ghetto ebraico di Portico d’Ottavia. Alla scuola ‘Vittorio Polacco’, sul Lungotevere, intorno alle 10.30, arrivavano calde veneziane, bombe con o senza crema, cornetti fragranti, che erano stati preparati da Zi’ Boccione, il pasticciere più celebrato dalla comunità ebraica romana, ma anche molto conosciuto da chi si intendeva delle cose buone che la Città offriva allora, come oggi. Non erano tempi di vacche grasse, siamo tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio degli anni ‘60, per cui la brioche era l’eccezione, non la regola. In queste ore, grazie all’intervista di ‘Petrus’ alla proprietaria Vilma Limentani, le torte con ricotta e visciole, la pizza romana e altre ghiottonerie di quell’antica pasticceria sono finite sui giornali perchè si è detto e scritto che anche Papa Ratzinger le apprezza. Con lui io e una buona parte dei romani.
*Direttore del Tg5
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