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Il matrimonio cristiano fondamento della Famiglia
di Filomena D’Amelio
CITTA’ DEL VATICANO – La continua e persistente secolarizzazione, anche della società italiana, ha fatto scadere valori che, fino a qualche decennio addietro, erano considerati e praticati, a cominciare dall’amore tra uomo e donna. Amore come sentimento, prima e più che attrazione fisica; amore come scintilla dell’amore di Dio che fa sì che l’unione del tutto naturale tra l’uomo e la donna si esalti nella famiglia, grazie all’affermazione secondo cui l’uomo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio (Gen. 1,27 e Gen. 2,18- 25). La perdita di un concetto così alto dell’amore riverbera i suoi effetti negativi sulla famiglia, non più intesa come il luogo eletto per l’unione tra uomo e donna, finalizzata alla generazione dei figli, pubblicamente riconosciuta attraverso la volontaria accettazione del matrimonio. Non tutti condividono, oggi, questa definizione antropologica della realtà familiare, sicchè i mass-media solitamente presentano parametri sociali e culturali assai diversi, tanto da mettere in discussione le ragioni stesse che fanno della famiglia la dimensione fondamentale della società, in rapporto anche allo Stato. Non sfugge, insomma, che la cultura contemporanea avanza forti provocazioni sul matrimonio-famiglia, tanto da mettere in forse la sua validità e la sua stessa esistenza. Così facendo un salto concettuale che non solo mette in discussione i principi fondamentali del matrimonio cristiano (i cosiddetti “bona matrimonii”: il matrimonio frutto della libera volontà di un uomo e una donna di vivere insieme, per amarsi per tutta la vita, per procreare figli e assisterli, curarli e educarli), ma fa saltare il concetto stesso del matrimonio antropologicamente inteso, quale unione naturale tra un uomo e una donna che trovano nella famiglia l’espressione e la dimensione naturale dell’esperienza sessuale e della procreazione. In un’intervista al Corriere della Sera di Sabato 8 Maggio 2007, il filosofo francese Alain Finkielkrant, ripercorrendo il pensiero espresso nel volume “Il nuovo disordine amoroso”, parlando della cosiddetta rivoluzione sessuale degli anni Settanta, non manca di addebitare alla lotta del ´68 lo scadimento dei costumi delle famiglie “che si scompongono e ricompongono facilmente, a causa dei nuovi comportamenti sessuali o amorosi”, fino a riconoscere che “quel che svilisce l’amore è il vedervi soltanto un faccia a faccia fra l’esigenza del desiderio e la loro repressione”, per poi concludere: “Così la famiglia cessa di essere un’istituzione per diventare un’associazione precaria”. Le conseguenze della dissoluzione della famiglia sono sotto gli occhi di tutti: i divorzi crescono in Italia in modo esponenziale; in Parlamento si dibatte il tema del riconoscimento delle coppie di fatto e del matrimonio tra due persone dello stesso sesso, mentre si tenta di far passare, come fatto di civiltà, l’affidamento di minori anche alle coppie di fatto e a quelle omosessuali, fino a ipotizzare l’approvazione di leggi finalizzate alla manipolazione genetica, alla clonazione umana e via dicendo. Mai come ora lo scadimento civile e morale della società contemporanea non accenna a fermarsi. Si avverte, tuttavia, l’esigenza che Stato e Chiesa si mobilitino per porre un freno al degrado. Insomma, nonostante il decadimento dei tempi presenti per l’esasperato libertinaggio dei costumi, nonostante la reazione di tendenze e culture che si ispirano al relativismo morale, mai come oggi è avvertita l’esigenza di una Chiesa Cattolica sempre più mobilitata in difesa del matrimonio e della famiglia, forte del ricco e insostituibile suo Magistero, di cui l’Enciclica di Giovanni Paolo II “Mulieris dignitatem” e le sue lettere alle donne rappresentano un’alta testimonianza, un insostituibile insegnamento morale e pratico.
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