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Angelo Costa: un fuoriclasse cattolico alla guida di Confindustria

di Mauro Bontempi

CITTA’ DEL VATICANO – Al settimo piano di Viale dell’Astronomia c’è un nuovo inquilino. Il 22 maggio prossimo Emma Marcegaglia sarà il quindicesimo presidente della Confindustria del dopoguerra. Prima donna e tra i più giovani presidenti nella storia dell’associazione risorta a Roma nel 1944, la lady di ferro (così chiamata sia per l’indole decisa sia per l’origine merceologica della propria ricchezza) eredita una struttura con alle spalle quasi un secolo di storia. Dal 1909, infatti, la Confederazione Generale dell’Industria Italiana ha contribuito al quel progresso economico e sociale auspicato nell’articolo 3 della nostra Costituzione. Voce più autorevole del mondo imprenditoriale, soggetto di lobbying, attrice ed interlocutrice politica, la Confindustria ha ricoperto e ricopre nella storia d’Italia un ruolo, spesso sconosciuto o mistificato, di eccezionale rilevanza non solo nel concorso pluralistico alla definizione delle linee di politica economia e commerciale italiana, ma, più in generale, nella descrizione e professione del ruolo e della funzione dell’imprenditore, homo faber, all’interno della società. Procedendo a ritroso fra le personalità che hanno ricoperto il delicato ruolo di Presidente della Confindustria, emerge luminosa la figura di Angelo Costa (nella foto) dal 1945 al 1954 e, di nuovo, dal 1966 al 1970. Nel corso degli anni la Confindustria ha elaborato carta dei valori e carta etica, ha creato una Commissione Cultura che promuove e valorizza, fra l’altro, le buone pratiche di Responsabilità Sociale. Angelo Costa,  questo campione di moralità, dignità e stile (Nobis, 1955) anticipò nei tempi e nei contenuti temi e slogan del nostro presente con una verve di cattolico liberale insuperata. Uomo di ferma fede cristiana, ispirata dai comandamenti evangelici, ed espressa nella grandi virtù della carità, che è in fondo pratica di amore (Mattei, 1980), l’armatore genovese dell’impresa e dell’imprenditore aveva una concezione fortemente religiosa. Ostile al lusso e alla falsa retorica, considerava la libertà e la responsabilità i grandi motori dei processi evolutivi di lungo periodo (De Rita, 2001) e la fede unica luce e chiave di lettura della realtà umana. Era, in breve, un cattolico fervente e un liberista coerente (Baldini, 2003). Nel periodo aureo della Confindustria  (e del Paese), questo “cavaliere solitario dell’impresa italiana” si batté in “un’opera – affermò egli stesso nel 1953 ad un Convegno nella sua Genova – di educazione cristiana, un’opera di formazione dei caratteri, un’opera di elevazione degli animi che deve essere compiuta, non una meccanica adozione di formule o formulette”. Angelo Costa predicò il “suo” codice etico direttamente ispirato al Vangelo. Un’origine, quindi, endogena e non esogena di principi e regole di vita prima ancora che di indicazioni sulla gestione d’impresa o nella dialettica con le forze di governo ed i sindacati. Alla luce della dottrina sociale e dei vorticosi mutamenti in tutti i campi soggetti all’umana volontà, dagli anni Cinquanta e Sessanta ad oggi, le posizioni del Presidente Costa risentano senza dubbio del clima alquanto ossessionato dall’ipotesi stessa di interventismo economico-fiscale di tipo redistributivo, ancorché di marca cattolica (vedi il carteggio con il sindaco di Firenze, grande figura dell’ala dossettiana della DC, Giorgio La Pira). Il liberalismo di Costa è assoluto così come la convinzione che la legge umana non possa nemmeno aspirare all’applicazione delle norme di diritto divino. Così Costa difese l’idea dell’industria diffusa, della nobiltà del lavoro e dei suoi frutti, dell’alta missione dell’imprenditore “anima dell’industria”: “Noi – dichiarava nel 1946 – dobbiamo creare un ambiente che consenta agli imprenditori di formarsi, di osare, di andare avanti”. La dignità della persona fu sempre un prius insostituibile. Così nel periodo della sua seconda presidenza della Confindustria, con un’Italia già incamminata verso il turbolente decennio successivo, ricordava che “verità e dignità della persona umana sono inscindibili (…). L’uomo deve rispettare la dignità della propria persona e poi la dignità del prossimo. Il rispetto della dignità del prossimo è doveroso sia nei riguardi delle singole persone che delle categoria. (…) L’uomo si avvicina a Dio quanto più si eleva la dignità della sua persona”. Cooperatore  attivo (assieme a Franco Mattei) nel processo di integrazione europea, sostenitore del dialogo con il Governo (noto è il rapporto di stima e di amicizia con De Gasperi) pur nella massima autonomia d’azione, Costa non ebbe mai alcun timore di dichiarare la propria adesione piena e profonda a Cristo, al messaggio evangelico lasciando alla Confindustria e a tutto il mondo imprenditoriale un esempio per le future generazioni: “Il nostro dovere di datori di lavoro non si esaurisce pagando il giusto salario contrattuale e provvedendo alle assicurazioni di legge; non si esaurisce neanche dando materialmente più di quanto è dovuto: dobbiamo ai nostri dipendenti dare il nostro amore, l’amore dovuto al prossimo e particolarmente al prossimo che ci è più vicino, come ci è vicino chi con noi collabora nel nostro lavoro”.