del Professor
José Roberto Mendirichaga*
CITTA’ DEL MESSICO – Noi cristiani abbiamo un imperativo categorico caratterizzato e istituito dallo stesso Gesù durante la cena Eucaristica del Giovedì Santo, quasi che dovesse essere sin da allora il nostro segno distintivo e la nostra caratteristica portante: la condivisione fraterna del bene quale simbolo d’amore. O, se si preferisce, molto più semplicemente, la solidarietà. Il primo e più importante bene, per carità, è la preghiera, e ciò per tutti e due le espressioni della Chiesa, quella purgante che aspetta con carità la nostra conversione, e quella militante che, pellegrina in mezzo al mondo, ci guida per evitare i pericoli della secolarizzazione, del materialismo, della concupiscienza, del turbamento della mente e dei nostri sensi. La ripartizione di ogni bene deve essere sostenuta da parte nostra, battezzati in Gesù Cristo, con un costante atteggiamento di attenzione ed amore totale, disinteressato e disponibile verso il nostro prossimo, tenendo presenti le sue necessità e i suoi progetti, ma anche con l’amore caritatevole e attento verso tutti quelli che ci circondano ed uno stile di vita che metta alla prova la nostra essenza durante tutta la vita quotidiana. Poi viene la carità nel concreto: cioè le opere di solidarietà quali il donare cibo, vestiti, denaro e beni a coloro che hanno bisogno dell’indispensabile. Ed ancora, per chi ricopre cariche pubbliche, garantire il diritto alla casa, all’assistenza sanitaria degna di questo nome, all’educazione, all’istruzione e, in genere, a tutto quanto necessita alla persona umana per il suo integrale sviluppo. Si tratta, in sostanza, degli stessi obblighi che furono ricordati con coerenza e profondità dal Servo di Dio il Papa Paolo VI durante il suo storico discorso alla Fao del 16 novembre 1970.
*Docente di Dottrina sociale della Chiesa presso l’Università cattolica Udem di Monterrey (Messico)