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La Democrazia e il ‘Principio del Minestrone’
di Mauro Bontempi
CITTA’ DEL VATICANO – La Democrazia è una forma di Stato. Così, almeno, secondo Aristotele. Nella seconda metà del secolo scorso un fine giurista come Mortati (1973) affermava: “La Democrazia è una forma di Stato di natura tale da poter fondarsi soltanto su una società contraddistinta da una sostanziale unità ed omogeneità sociale”. Una Democrazia può sussistere solo se la società è animata da spirito democratico. La democrazia è sì forma di Stato, ma è anche forma di governo, cioè “quell’insieme di strumenti e di mezzi mediante i quali una determinata organizzazione statuale persegue le sue finalità” (Mortati). Tali finalità, tali obiettivi, compongono, assieme ad altri elementi irreducibili ed immodificabili, la cosiddetta Costituzione materiale. È qualcosa che trascende il concetto di costituzione in senso sostanziale: è quel nocciolo duro, quella “supercostituzione” composta da norme e principi, caratterizzanti “l’ordinamento statale nella sua più intima e vera essenza politica, nelle sue strutture fondamentali e determinanti” (Crisafulli, 1970). Da sessant’anni la Costituzione italiana conserva questo tesoro, patrimonio comune di ogni Italiano. I Costituenti non scrissero semplicemente “norme sulle norme” (Kelsen), ma si sforzarono di uniformare quel testo a principi, i più alti e più nobili, fondamentali per la risorta Nazione. Sì: l’Assemblea Costituente, così eterogenea e divisa nelle convinzioni sulla politica, l’economia e la concezione della vita stessa, puntò in alto, cercando un fondamento veritativo, una fonte normativa superiore, la legge naturale. A breve gli Italiani saranno chiamati alle urne per rinnovare il Parlamento e, de facto, scegliere il nuovo Presidente del Consiglio. Il clima, si dice, è pacato. Ciò non toglie che, in “Casa-Italia”, la situazione permane confusa, pesante e critica. In tempi ancora non sospetti, su queste colonne sono state proposte alcune, possibili, chiavi interpretative e le relative ipotesti di soluzione per il risveglio delle coscienze. I possibili scenari politici post-elettorali che cominciano a profilarsi, il tenore generale delle dichiarazioni di questa prima fase della campagna elettorale, i primi slogan e scorci di programmi elettorali; insomma, tutta la macchina elettorale si muove su percorsi che poco hanno a che fare con principi veritativi e costituzioni materiali. Il “principio del minestrone”. È il nuovo modus operandi di questa fase della storia repubblicana. Un principio formale che, sempre in metafora, si basa su due semplici principi: un minestrone è tanto migliore quanto più ortaggi si usano; perché il sapore sia gustoso per tutti i commensali è necessario che, a pari grado di sapidità, sia usata la stessa quantità di ogni ingrediente. Rispettate queste regole di “par condicio” quantitativa e qualitativa, la democrazia sarebbe salva: tanto di liberismo, tanto di apertura sociale alle fasce più deboli; certezza del diritto e delle pene, ma senza intenti punitivi; politiche sociali a sostegno della famiglia e di tutte quelle realtà ritenute degne di tutela; adeguamento dei salari al costo della vita; riduzione della pressione fiscale secondo criteri redistributivi. La ricetta è pronta. Ognuno ha messo qualcosa: molto spesso medesimi ingredienti in percentuali diverse. Democrazia è fatta! Formalmente, nulla quaestio. Per tutte le materie, come si dice attualmente, “eticamente sensibili” ogni schieramento riconosce piena libertà di coscienza. La Costituzione non fu una semplice sintesi di posizioni diverse. Leggendo la Carta è ovvio che si ravvisino i segni del compromesso. Sì, ma molto in alto: “Nella prima parte della Costituzione – scrive il compianto Pietro Scoppola – si raggiunse una felice sintesi tra i diritti di libertà della tradizione liberale e i valori di una solidarietà ai quali i partiti popolari erano più sensibili, proprio sulla base di quella concezione solidaristica che il concetto di persona umana implicava” (Scoppola, 1997). In prima linea l’avanposto cattolico operante nella Commissione dei 75, incaricata di redigere il testo della Costituzione (vedi Sale, 2007). L’ideologia fa capolino ma non riesce a prevalere sull’uomo. Di certo non si parlava a quei tempi di aborto, manipolazione genetica, diritto alla vita. Però se ne può facilmente ricavare il pensiero. Perché questo pensiero esiste e non è edulcorato in formule ambigue e “cerchiobottistiche”. La gestione del Paese comporta scelte di politica economica, di politica interna e di assetti internazionali: politica non è solo l’adozione di misure contro la perdita del potere d’acquisto dei salari, lotta all’evasione fiscale e riduzione del prelievo; non si limita alla lotta contro i clandestini o all’innalzamento dell’età pensionistica. La Democrazia non si regge solo sulla scelta di ricette politiche o, secondo le tendenze proprie della “videodemocrazia”, di “facce” convincenti. Non è possibile liquidare la sete di valori con slogan inneggianti al cambiamento, al rinnovamento: profezie palingenetiche evanescenti. Quale nutrimento per queste idee? Quale fondamento per le (promesse) riforme strutturali del Sistema Italia? Con lodevole coraggio alcune figure di spicco del panorama sociale sono scese in campo rendendo testimonianza dinnanzi ai due Poli sulla validità dell’approccio cristiano nei confronti dei temi etici, riconosciuti e fatti propri anche da coloro che non si riconoscono (ancora) nella fede di Cristo Redentore. Tuttavia, queste tematiche non dovrebbero essere spezzettate o estrapolare dal contesto più ampio della difesa del diritto alla vita. I cattolici di ogni schieramento dovrebbero rialzare la testa, dare testimonianza della propria fede, come invita San Paolo. L’umanesimo cristiano trova e deve trovare nelle istituzioni il giusto terreno per la sua realizzazione precisa e profonda. Ora più che mani non è semplicemente “uno dei campi di espressione”, è il terreno in cui una classe dirigente democratico-cristiana ha l’obbligo morale di giocarsi tutte le carte. “Pur riconoscendo l’autonomia della realtà politica, i cristiani, sollecitati ad entrare in questo campo d’azione – ricordava Paolo VI nella Octagesimus Annus – si sforzeranno di raggiungere una coerenza tra le loro opzioni e il Vangelo e di dare, pur in mezzo ad un legittimo pluralismo, una testimonianza personale e collettiva della serietà della loro fede mediante un servizio efficiente e disinteressato agli uomini” (OA, 47).
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