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Il dissesto della Giustizia in Italia

dell’Avvocato

Federico Tedeschini

E’ di pochi giorni addietro la notizia, finora non smentita, secondo cui un magistrato contabile pubblicherebbe (rectius, depositerebbe in cancelleria) le proprie sentenze con otto anni di ritardo rispetto alla data di loro trattazione in camera di consiglio: basterebbe questa sola notizia a porci all’ultimo posto nel mondo di un ipotetico indice di qualità del servizio giustizia. Ma un simile fatto, lungi dall’essere un caso isolato, è semplicemente la punta di un iceberg dominato da singolarissimi paradossi, almeno rispetto agli altri Paesi Europei; vediamone alcuni. Nei nostri albi professionali è iscritto – in assoluto –  il maggior numero di avvocati del libero foro; solo a Roma ne lavorano oltre ventimila, più che in tutta la Francia e l’Inghilterra messe insieme. Altrettanto può  dirsi per gli avvocati dello Stato, se si sommano quelli in servizio presso l’Avvocatura generale con i loro colleghi delle distrettuali; la “carcerazione preventiva” è la regola e non l’eccezione; ciò vuol dire che da noi si va regolarmente in galera prima del processo e se ne esce per assistervi o per ascoltare la  (eventuale)  condanna ad una pena già scontata; molta parte delle detenzioni viene comminata sulla base degli esiti di intercettazioni telefoniche che assorbono quote sempre più significative della spesa pubblica destinata alla giustizia; i magistrati, inquirenti o giudicanti che siano, non rispondono dei loro errori in base ad una erronea lettura delle disposizioni costituzionali che li riguardano, ove mai si parla di irresponsabilità, ma solo di autonomia del giudice: sarebbe come dire che all’autonomia dei comuni e degli altri enti locali corrisponde l’irresponsabilità dei loro amministratori; la prima conseguenza della menzionata irresponsabilità è data dalla scarsa incisività dei poteri attribuiti ai dirigenti degli uffici giudiziari sia nei confronti dei magistrati meno solerti che per contenere gli eccessi di zelo che distinguono le iniziative di alcuni sostituti procuratori  correntemente  indicati  come “gli sceriffi dalle facili manette”; il risarcimento del danno derivante dalla lesione di diritti ed interessi operati dall’attività giudiziaria è sempre pronunciato da corti sovranazionali e mai da quelle  nazionali, a riprova della scarsa attenzione del potere giurisdizionale per le conseguenze degli errori in cui i suoi rappresentanti incorrono. Di fronte alle questioni appena elencate ci si sarebbe aspettato che almeno l’uso del potere governativo di decretazione d’urgenza fosse finalizzato alla correzione di qualcuna delle storture prima elencate. Al contrario, il recente Decreto Legge recante “misure urgenti in materia di reggenza degli uffici giudiziari” (D.L. 25 gennaio 2008 n. 3) si è ben guardato dall’incidere sui fenomeni in esame, ma è stato solo il frutto di spinte corporative volte a sterilizzare una delle pochissime vere riforme dell’ordinamento giudiziario: quella del divieto di permanenza negli uffici giudiziari per periodi superiori agli otto anni. Tale Decreto Legge, che si compone di un unico articolo, è infatti volto a disciplinare l’istituto della reggenza negli incarichi direttivi e semidirettivi degli uffici giudiziari, concedendo una proroga di sei mesi ai magistrati già in servizio presso gli stessi uffici: proroga che sterilizza la decadenza altrimenti stabilita nell’art. 5, comma 3, della L. n. 111 del 2007. Qualcuno potrebbe osservare, a difesa del provvedimento d’urgenza, che la proroga è limitata ai soli magistrati di quegli uffici ove non siano stati nominati i nuovi titolari degli uffici giudiziari vacanti; ma è proprio su questo aspetto della questione che la malafede del governo si appalesa: perché nessuna nomina del genere ha – fino ad oggi – completato l’iter che la riguarda. C’è dunque da credere che la sterilizzazione delle disposizioni relative al trasferimento dei magistrati allo scadere di un tempo predeterminato sia soltanto il primo passo verso il mantenimento di un privilegio – quello della permanenza a vita nell’ufficio a suo tempo ottenuto – che la corporazione dei giudici tenterà di imporre al Parlamento che verrà. Si può solo sperare che i nuovi rappresentanti del popolo sovrano abbiano memoria di quanto accaduto prima al Ministro Castelli e poi al suo successore a proposito della opportunità di fare accordi con l’Associazione Nazionale Magistrati, cioè con i rappresentanti di coloro che sperano di lasciare immutate le questioni della giustizia per poi ululare contro gli altri poteri dello Stato, accusandoli di immobilismo.