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Continua a credersi il ‘popolo eletto’
di Sergio Rolando
CITTA’ DEL VATICANO – E’ purtroppo evidente che oltre 2000 anni di predicazione ed apostolato evangelico non sono bastati, malgrado i tanti risultati raggiunti, a produrre un’universale adesione al messaggio di Gesù. Tantissime e complesse sono, infatti, le ragioni che ancora ostano al trionfo della religione cristiana. Immenso sarebbe il compito di esaminare ed analizzare questi motivi ostativi che in parte possono talvolta essere individuati anche nell’inadeguatezza dello “stile” con cui viene proposto questo messaggio, “stile” o se si vuole “modus operandi” non sempre coerentemente rappresentativo dell’invito rivolto da Cristo all’umanità. Ma non è su questo che voglio soffermarmi, lo riterrei alquanto incongruo ed azzardato conoscendo i miei limiti; vorrei invece approfondire un aspetto che, a mio avviso, rende proprio gli ebrei, che sono i più vicini a noi cristiani quanto a radici, strenui e talvolta astiosi rinnegatori della rivelazione di Gesù. Vorrei sforzarmi di analizzare quella che può essere vista come un’implicazione psicologica che va ad inserirsi nell’eziologia di questo rifiuto di Cristo e della Sua parola. In tutta modestia, mi sembra di capire che per un ebreo la pietra d’inciampo del messaggio di Cristo è costituita anche da quella sorta di detronizzazione del “popolo eletto” difficile da accettare e soprattutto destabilizzante anche dal punto di vista psicologico per individui ai quali, fin dalla primissima infanzia, viene inculcato un concetto di privilegio, una sorta di coscienza di superiorità, la certezza di essere depositari di un rapporto preferenziale con il Creatore proprio in quanto appartenenti al “popolo eletto”. Rinunciare concettualmente a queste consapevolezze non è cosa da poco. Certamente per costoro risulta più appagante e soprattutto più gratificante continuare a considerarsi quel “popolo eletto”, distinto, diverso e superiore agli altri popoli in virtù di questo preteso privilegio. Ecco quindi per un ebreo il contenuto dirompente e, come dicevo, destabilizzante della rivelazione di Gesù che, pur ebreo tra gli ebrei, non parla più di “popolo eletto” nel senso giudaico dell’espressione ma fa riferimento al quel popolo senza etnia di cui fanno parte tutti coloro che attuano la volontà del Padre e soprattutto ne riconoscono in Cristo il Figlio prediletto. Nella mia vita relazionale aperta ad ogni confronto, non ho mai avuto modo di misurarmi su quanto esposto con un figlio d’Israele; se dovesse capitare, non esiterei a dirgli che, dopo l’avvento di quel Gesù misconosciuto, alla luce di oltre duemila anni di storia travagliata del suo popolo, le parole di “Quel Condannato” che salendo sul Calvario commiserava le donne di Gerusalemme e la loro progenie dovrebbero, quanto meno, far riflettere. Inoltre, per tornare a quell’implicazione psicologica accennata, a costo di sembrare poco conciliante, direi ancora che magari si può rinunciare più facilmente ad una fede che alla presunzione di un privilegio, di una superiorità sugli altri popoli, di una sorta di marchio D.O.C.. Soprattutto, però, mi sforzerei di spiegare che con la rinunzia a quell’orgoglioso senso d’appartenenza al “popolo eletto” ed accettando il messaggio ecumenico di Gesù, tante volte sottolineato da Paolo di Tarso, si entrerebbe nell’immensa comunità dei fratelli in Cristo e si scoprirebbe un Dio che non è solo quello del roveto in fiamme e delle dodici tavole ma è quello dell’amore infinito di un Dio incarnato e crocefisso per la salvezza di tutta l’umanità. Ma, intanto, ironia della sorte, gli ebrei con pazienza sovrumana aspettano ancora il messia e, pur nel silenzio dei loro profeti, assenti dalla scena da qualche millennio, puntigliosamente continuano a rinnegare quel Figlio di Davide che è stato ed è il segno più tangibile del vero privilegio accordato alla loro stirpe.
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