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Il ministero della consolazione

di don Gianluca Scrimieri

CITTA’ DEL VATICANO – Non lasciamo soli i genitori di figli in Cielo. Questo appello lo voglio condividere con i lettori, in modo semplice e immediato, ma in particolare è un invito ai miei confratelli preti. Cristo nel Vangelo dice spesso: “Non temere”, “non abbiate paura, io sono con voi”. Questo ci rafforza e ci consola, il cuore si rilassa e gioisce. Ma mi domando: quanto, oggi, siamo vicini, come preti, a quelle famiglie, a quei genitori che hanno un figlio in Cielo? Oltre all’invito di Gesù Cristo che ha detto “Andate e predicate, “Andate e battezzate”, è necessario accogliere il mandato di “andate e guarite”. E ciò non significa forse per noi religiosi e laici essere presenti con i papà e le mamme, con le sorelle e i fratelli, in tali momenti dolorosi e tragici, senza senso, dove si sentono morire? Mi è capitato spesso di incontrare questi genitori e di sentir loro dire di essere stati abbandonati, senza nessun sacerdote si fosse degnato di presentarsi in casa, di rivolgergli una parola di sostegno e di conforto. Solo silenzio e sguardi distanti dagli amici e dai parenti. Cosa fa una comunità parrocchiale quando c’è un grave lutto? La missione della Chiesa è quella di portare la “Buona novella”, e nell’ambito del Vangelo dovrebbe svilupparsi questo “ministero della consolazione” di sostegno a chi vive il lutto come quello di genitori che hanno visto volare i figli in Cielo. Nostro compito è ridare, insieme allo Spirito Santo, con la Parola di Dio, con la nostra relazione nella quale dovrebbe scorrere Gesù Cristo, con i sacramenti, quel benessere spirituale, quella salute spirituale e morale di cui queste persone hanno assolutamente bisogno. Sono molti, oggi, coloro che sono malati nello spirito e per i quali bisogna pregare molto. Consolare non consiste nel fermarsi un attimo, nel mettere la mano sulla spalla e andare via come fanno il sacerdote e il levita che passarono oltre (Luca 10, 29-32). Non si può capire la consolazione se la separiamo da Cristo: Egli è l’unica risposta alle sofferenze, ai dolori, alla schiavitù e alla cecità degli uomini. La consolazione deve arrivare al cuore della persona, nel suo intimo, è qualcosa di più delle parole. La consolazione autentica esige da chi consola disponibilità a condividere la sofferenza. Nella Bibbia, Dio consola il suo popolo: “Io, io sono il tuo consolatore” (Isaia 51,12). Allora anche noi, come questi genitori, dobbiamo essere strumento di consolazione. Chi esercita questo compito sa che la forza e le parole vengono dall’incontro quotidiano con Cristo nella preghiera. Dio è passione, compassione e consolazione per l’uomo. Lo stesso Gesù è la consolazione totale che Egli stesso offre all’umanità, senza esclusione di nessuno: “Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, ed io vi ristorerò” (Matteo 11, 28-29). Gesù è l’unico che può salvare e guarire questa ferita straziante, attraverso la Chiesa che è madre. Vorrei che ogni sacerdote prendesse a cuore questi genitori, queste situazioni, perché sono sempre di più i giovani a morire per le più svariate cause. Come veri preti, diciamo ai genitori: “Io ci sono, voi siete la mia famiglia”, per dare loro speranza e amore. Non ha detto Gesù che i poveri li avremmo avuti sempre con noi? Non siamo i pastori che devono mettersi sulle spalle le pecorelle smarrite? Come preti annunciamo loro, nei modi e nei momenti opportuni, con le  parole, con l’affetto e la fede che la morte non è l’ultima parola, ma Gesù Cristo ha vinto la morte! Annunciamo loro che questi figli vivono una dimensione nuova, sono angeli in cielo e sulla terra e che sono accanto a noi per comunicarci l’amore e ci invitano a donare amore, quell’amore che supera ogni barriera, che riempie ogni vuoto; quell’amore che unisce la terra al cielo. I ragazzi del cielo desiderano che la fede dei propri genitori cresca, e che la loro profonda sofferenza, il loro distacco, possa essere illuminata dalla luce della Risurrezione e della fede. Dobbiamo aiutare questi genitori ad offrire questa sofferenza a Dio. Tutto ciò non avviene automaticamente, ma ci vuole tempo, attesa, continui colloqui, cordialità, discrezione. Non ha senso pronunciare quelle solite frasi che non sanno di niente e che possono risultare dannose come: “Ci vuole tempo”, “con il tempo tutto passerà”, “il Signore prende il fiore più bello”. I genitori che perdono un figlio dobbiamo prenderli per mano e portarli a fare esperienza di preghiera, aiutarli a mettersi in relazione con se stessi, a comunicare di nuovo tra di loro, in relazione con Dio che è amore, consolazione e guarigione. E’ opportuno ritrovarsi insieme in gruppo, lasciar narrare il loro vissuto, lasciarli sfogare e imparare a condividere l’esperienza, le emozioni da dover gestire, a rivedere speranza e coraggio. Quanto sarebbe bello che anche dei laici si formassero per essere educati e orientati a questo “ministero della consolazione”, aiutati da sacerdoti e da esperti. Laici dotati di sensibilità umana e spirituale, persone fidate che la comunità cristiana sceglie per questa missione, benedetti dal Vescovo e dal parroco. Meglio ancora se sono i genitori di figli in Cielo, con la missione di mettersi accanto a chi è stato colpito dallo stesso lutto per aiutarlo a vivere alla luce della fede il momento della prova. Ogni parrocchia, ogni diocesi, è chiamata ad evangelizzare il senso cristiano del dolore, della sofferenza, della morte, della risurrezione. E’ compito di ogni parrocchia promuovere la pastorale della salute, osservare quali generi di sofferenze e di disagi vi sono, intervenire e gestirli, e valutare quali strategie di prevenzione debbano attuarsi. La pastorale sanitaria deve adoperarsi per salvaguardare la salute delle persone, prima ancora di intervenire nella fase curativa e riabilitativa. Il vasto mondo della salute riguarda i malati, le famiglie, la comunità, l’ambiente, abbraccia gli eventi fondamentali dalla nascita alla morte e gli interrogativi sollevati dalla sofferenza e dalla malattia. La pastorale sanitaria può essere definita come la presenza e l’azione della Chiesa per recare la luce e la grazia del Signore ai malati e a quanti si prendono cura di loro. Come preti approfittiamo, in queste situazioni di lutto, per incontrare i giovani, gli amici che piangono il loro compagno, perché essi si interrogano sul senso della vita, si chiedono tanti “perché”. Sarebbe educativo, formativo e salutare proporre ai giovani incontri di fede, incontri culturali, sportivi, per dare senso alla loro vita, all’amore, ai progetti che Dio ha per loro, ai valori umani e cristiani, all’uso di equilibrio e prudenza nel viaggiare con l’automobile sulle strade. Se li lasciamo soli, non saremo stati buoni samaritani, né buoni pastori, ma come Pilato che si è lavato le mani, non saremo stati la chiesa-madre che siamo. E allora cosa faranno questi ragazzi che non hanno ricevuto la nostra umanità, la nostra presenza, la nostra testimonianza, che si sarebbero aspettati dal prete ‘risposte’ divine? Sappiamo come vanno a riempire i loro vuoti con… paradisi artificiali. Tornando ai genitori, conosco molti di essi che hanno ritrovato la fede in Cristo e pian piano stanno sorreggendo altri genitori che vivono la perdita del loro figlio. E’ importante far riscoprire loro l’essere padri e madri in modo spirituale. Tutto questo è possibile per noi preti, e allora fidiamoci dello Spirito Santo e affidiamoci a questi ragazzi del Cielo che ci aiuteranno, sicuramente, nel nostro ministero.