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Erbe amare
di Baronio
CITTA’ DEL VATICANO – Lo strepito della turba per la preghiera pro Judæis della liturgia della Parasceve è davvero significativo e spinge ad alcune riflessioni. Intanto si tratta di una preghiera in verità travagliata: anticamente essa era l’unica che, nel corso della solenne funzione del Venerdì Santo, non prevedeva la genuflessione, in ricordo di quelle irridenti e sacrileghe che i manigoldi facevano a Nostro Signore durante la Sua Passione. Anche l’oremus era semplicemente letto e non cantato, per quella forma di profondo dolore che avvolgeva la Chiesa nel veder messo a morte il Salvatore proprio dal popolo al quale Egli si era rivelato e che aveva condotto fuori dall’Egitto. Poi si introdusse la genuflessione e la preghiera per la conversione dei Giudei fu parificata nella forma a tutte le altre. Successivamente cadde anche il riferimento alla judaica perfidia, in ragione del diverso significato che questo termine aveva assunto nelle lingue parlate. Il Concilio proseguì nella strada della distensione, riformulando la dottrina sul deicidio; la riforma liturgica che ne seguì riscrisse completamente la preghiera per gli Ebrei. Nel frattempo il dialogo ecumenico passava dal suo significato originale di zelo per la conversione degli acattolici a quello di assemblea permanente di tutte le religioni, includendovi d’ufficio anche gli Ebrei. A tante manifestazioni di disponibilità verso il popolo che non riconobbe il Messia, non corrisposero tuttavia segni di altrettanta disponibilità verso la Chiesa, ed ancor meno verso i Romani Pontefici, additati come responsabili ideologici o come muti spettatori delle persecuzioni naziste. È’ altrettanto significativo che le espressioni di plauso ed i riconoscimenti per l’opera a difesa del popolo ebraico di Pio XII siano giunti da illustri personalità dell’ebraismo quando ancora la liturgia del Venerdì Santo pregava pro perfidis Judæis, mentre le più crudeli ed immotivate insinuazioni si siano fatte strada – complice una certa stampa anticattolica – proprio quando la Chiesa si è mostrata più remissiva e conciliante. E d’altra parte, la conversione del rabbino Eugenio Zolli al Cattolicesimo è ora presentata come un fatto assolutamente marginale, mentre fu l’espressione di un riconoscimento ben più ampio dei meriti della Chiesa e della credibilità della sua dottrina. Non è la Chiesa che arbitrariamente parla dell’accecamento del popolo ebraico, ma Dio stesso per bocca di San Paolo, ed essa non può e non deve venir meno al proprio mandato di predicare il Vangelo di Gesù Cristo a tutte le nazioni, ivi compresi gli Ebrei. San Paolo, ebreo e cittadino romano, parlò ai suoi correligionari con maggiore chiarezza di quanto la prudenza del secolo non abbia suggerito ai fautori del dialogo interreligioso: le sue parole erano divinamente ispirate e attraverso di esse lo Spirito Santo suscitò innumerevoli conversioni di ebrei, ai quali la Chiesa di Cristo era additata come Nuova Gerusalemme, continuatrice delle antiche promesse, arca della nuova ed eterna Alleanza. Che poi alcuni ebrei si possano considerare disturbati nel sentirsi dire di esser lontani dalla Verità, è comprensibile. Come è comprensibile che gli equivoci generati in decenni di ecumenismo qualunquista possano aver lasciato credere che la dottrina cattolica avesse subìto un qualche ammorbidimento. Ma se nell’esposizione della Fede si può cercare di non affrontare di petto l’incredulo, non è tuttavia possibile annacquare la Verità insegnata da Nostro Signore, perché si tradirebbe la missione evangelizzatrice della Chiesa: essa sarebbe rimasta una delle tante sette giudaiche, confinate in una remota provincia dell’Impero, se non avesse conosciuto lo slancio apostolico sino al martirio, anche per mano degli stessi Ebrei, a cominciare dalla lapidazione del protomartire Santo Stefano. Stupisce infine che tanta attenzione sia posta sui testi liturgici del rito straordinario, quando nella sostanza anche la preghiera del rito riformato non pare così lontana dall’esprimere lo stesso concetto: la necessità della conversione. Conversione richiesta tanto al popolo che fu l’eletto, quanto agli scismatici, agli eretici, ai pagani. Se gli Ebrei si ritengono autorizzati a sindacare sulla liturgia della Chiesa Cattolica, sarebbe il caso che altrettanto facesse la Chiesa verso i testi rituali ebraici, sul cui contenuto anticristiano ha scritto recentemente anche Ariel Stefano Levi di Gualdo nel suo Erbe amare. Il secolo del sionismo (Bonanno Editore, 2007).
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