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“…comme une cigarette”

di Baronio

CITTA’ DEL VATICANO – Se la mia età e l’abito che mi onoro di portare non rendessero alquanto improbabile ogni somiglianza, non mi dispiacerebbe essere identificato con Pietro Siffi, che peraltro conosco bene e che talvolta ha anche scritto su Petrus. Ma dall’amico Pietro mi separano svariati anni, che non sono tuttavia di ostacolo ad una reciproca stima. Siffi è certamente una persona eclettica, abile polemista nelle questioni liturgiche – passione che condividiamo nella comune fedeltà alla tradizione cultuale romana – e dottrinali, e da alcuni mesi ha saputo mettere al servizio della Chiesa anche il suo buongusto e l’innegabile competenza professionale, costituendo Tridentinum, una società specializzata nella confezione di paramenti sacri d’alta sartoria. Paramenti che rivaleggiano per la bellezza dei tessuti, la preziosità dei ricami e la purezza delle linee con gli originali bizantini, medievali e rinascimentali. Niente a che vedere, per intenderci, con quello che si trova comunemente in commercio. Pietro Siffi ha curato a Maggio dello scorso anno la nuova edizione del Compendio di liturgia pratica di Ludovico Trimeloni, della quale sono state vendute moltissime copie: io stesso ne ho regalate almeno una ventina ai miei amici e confratelli, con grande apprezzamento per quest’opera importantissima. Eppure qualcuno – dopo mesi di forzato silenzio, accompagnato dal boicottaggio del Compendio – è tornato a parlare del Trimeloni in toni negativi, meritando il 30 Gennaio la prudente ma autorevole stroncatura di Sandro Magister su Settimo Cielo: “Non faceva bella mostra di sé una recensione liquidatoria di Roberto Beretta”. Seguiva a ruota Korazym, che pubblicava un corposo dossier sul conte Siffi, in cui si faceva l’elenco delle sue attività: dall’Archivum Liturgicum alla Lega Cattolica Antidiffamazione (confusa peraltro prima con un’omonima associazione svizzera e poi con un altro clone bolognese), dal blog Nihil obstat (su cui scrivo anch’io saltuariamente) a Tridentinum, la cui opera è stata definita imprudentemente “sacro commercio”, come se Roma non pullulasse di negozi e botteghe di arredi sacri, quasi sempre indegni del culto per infimità di materiali e mediocrità delle forme. Alla fine gli autori di queste indagini degne della polizia segreta di Tito azzardavano che Pietro Siffi fosse anche quel Baronio che scrive su Petrus, appoggiandosi all’«inconfondibile stile siffiano». In una simpatica telefonata intercorsa tra Pietro e me, ci siamo reciprocamente detti onorati per la innegabile somiglianza del nostro modo di scrivere, anche perché non facciamo mistero della nostra avversione al pessimo gusto liturgico del recente passato e viceversa del nostro apprezzamento verso il significativo progresso delle celebrazioni, a iniziare dalle splendide funzioni papali. Ciò non toglie che Pietro Siffi si sia sempre firmato senza pseudonimo e che il nome di Baronio rimanga sconosciuto ai più, non foss’altro che per discrezione. Eppure sarebbe sufficiente avere qualche amico in Curia per scoprire che l’identità di Baronio è ben nota e che i suoi scritti girano nelle Congregazioni. I recenti attacchi di cui Siffi è stato oggetto mi hanno rattristato non poco, perché dimostrano l’arrogante opposizione di certa stampa e la petulante insubordinazione di certo Clero. L’ha scritto egli stesso: “Le proteste di obbedienza sub condicione alle direttive della Santa Sede sono tipiche di quanti non esitavano ad alzare il ditino ammonitore verso i cosiddetti lefebvriani rimproverandoli di disobbedire al Pontefice” (La Messa di San Pio V, pag. 20). Un’obbedienza a corrente alternata che ha dimostrato la propria pretestuosità nel volgere di qualche anno. Diciamolo senza giri di parole: quel che fa perdere le staffe agli ideologi del progressismo liturgico non sono Pietro Siffi o Baronio, ma il fatto che la loro opera trovi ampia condivisione ed apprezzamento anche in Prelati di area moderata, esasperati da un trentennio di dittatura della sciatteria e del brutto quale espressione della deviazione dottrinale e dello sfascio morale. Se il Trimeloni avesse venduto poche copie, non ci sarebbe stato di che preoccuparsi; anzi, si sarebbe enfatizzato il flop editoriale a conferma della scarsa risposta del Clero italiano al Motu proprio. Ma sapere che esso è andato esaurito già due volte e che i principali acquirenti sono giovani chierici e sacerdoti ai quali non può essere rimproverato alcun nostalgismo disorienta gli orfani di Bugnini. Sapere che il libro La Messa di San Pio V è riuscito a confutare in modo inoppugnabile le fallaci argomentazioni di Malio Sodi contro il Motu proprio li getta nel panico. Apprendere che Tridentinum ha osato infrangere il tabù modernista proponendo paramenti e suppellettili liturgiche per il rito ordinario e straordinario di evidente bellezza suona per i sedicenti liturgisti come un oltraggio. A dar man forte alla setta degli iconoclasti si prestano, con indegno servilismo, anche quanti – sul fronte di un sedicente conservatorismo a metà strada fra il trovarobato e il disturbo della personalità – dovrebbero se non altro difendere la causa comune. La furia di costoro è figlia di un’invidia sterile, che considera la notorietà ed il successo altrui come un’intollerabile sopraffazione, e che ricorre alla delazione, alla menzogna, addirittura a lisciar il pelo ai detestati progressisi, pur di annientare chi mette in discussione la microscopica lobby dei siti internet pseudoreazionari e dei sarti ecclesiastici in nero. Ad un’attenta analisi si scopre tuttavia che queste forme di intemperanza, caratterizzate da un’indole al pettegolezzo da guardiola di condominio, hanno come autori dei soggetti impresentabili, imbarazzanti ad intra ancor prima che ad extra, la cui miserrima esistenza si pasce di inimicizie, di scandaletti, di telefonate tanto prolisse quanto farneticanti. Così, pur disprezzandoli sommamente, i novatori si avvalgono della loro opera diffamatoria per screditare la causa e cercar di coinvolgere – cosa di gravità inaudita – anche i protagonisti del cambiamento in atto in questi mesi. Questo indaffararsi con metodi abbietti per mantenere le posizioni di prestigio è segno della consapevolezza che quel potere è incrinato, che una falla si è aperta nel grottesco Titanic del liturgismo archeologista dei discepoli di Santa Giustina e di Sant’Anselmo: si ostinano a ballare e cantare mentre affondano silenziosamente. Ma come diceva proprio qualche giorno fa un autorevole Prelato romano, se dai nemici esterni si può in un certo senso comprendere l’aperta lotta contro la Chiesa, questa non è assolutamente tollerabile se viene fatta da chierici e Presuli al suo interno. Ed aggiungiamo che se dai novatori sono in un qualche modo normali le reazioni scomposte con cui scalpitano dalle colonne dei loro giornali o dalle pagine dei loro libercoli, è decisamente inqualificabile che le stilettate più subdole vengano a tradimento da chi si spaccia per conservatore per mero calcolo o per interesse personale ed è divorato dall’invidia. Forse Pietro Siffi non scriverà più su Petrus per mantenere un profilo più discreto, richiesto dai suoi committenti; ma Baronio proseguirà a dire quel che pensa, come ha fatto sinora. A chiusura di queste osservazioni mi piace ricordare un significativo episodio occorso durante l’ultimo Concistoro. Trovandomi vicino a Monsignor Piero Marini, nella Basilica Vaticana, ho incrociato il suo sguardo mentre il Santo Padre imponeva la berretta ai nuovi Cardinali. Rivolto ad un altro Monsignore, faceva con enfasi il gesto di portare alla bocca una ideale sigaretta, intendendo che i suoi oltre vent’anni all’Ufficio delle Celebrazioni Pontificie se ne erano andati in fumo nel volgere di poche settimane. Certi cambiamenti non erano dunque irreversibili come si voleva far credere. Torna alla mente una vecchia canzone di Sylvie Vartan, che vorrei così parafrasare: «La réforme c’est comme un cigarette: ça brûle et ça monte à la tête; quand on ne peut plus s’en passer, tout ça s’envole en fumée».