del Professor
José Roberto Mendirichaga*
CITTA’ DEL MESSICO – In San Paolo, un apostolo e scrittore nel quale ricorre spesso e frequentemente l’idea dello sport come sforzo fisico e tensione corporale che poi si trasfonde nella vita della fede, si legge: “Corro verso la meta, verso il traguardo della sovrana vocazione di Dio in Gesù Cristo”. Il nostro corpo nella dottrina cristiana svolge l’importante e delicata funzione di sostegno dell’anima e di tempio dello Spirito. Mediante l’esercizio fisico realizzato non per sterile vanagloria personale ma per sentirci bene e a posto con noi stessi, liberati e depurati dalle scorie e dalle tossine del male e dei cattivi umori, ci prepariamo con grande serenità ad esercitare la funzione intellettuale al servizio della fede. La fede rappresenta proprio quel faro che tutto rischiara ed illumina. Corpo ed anima devono dunque essere elementi illuminati e accomunati da questa visione, la visione salvifica di Cristo che si è incarnato e fatto simile a noi in tutto, meno che nel peccato. L’esercizio fisico, soprattutto nel nostro tempo, ha lo scopo di ridurre i grassi eccedenti, di temprarci nello sforzo, di farci competere sanamente e moralmente con gli altri, di darci ossigeno per poi potere esercitare con il massimo equilibrio le nostre virtù affettive, intellettuali ed etiche. Ma sarebbe sinceramente spiacevole e censurabile che per obbedire solo alle leggi del corpo abbandonassimo o trascurassimo la cura pastorale dell’anima, la cui funzione ontologica è quella di camminare verso l’eterno e il trascendente, verso la salvezza che Cristo dà e che noi ci guadagnamo come veri sportivi alla ricerca della gloriosa meta finale.
*Docente di Dottrina sociale della Chiesa presso l’Università cattolica Udem di Monterrey (Messico)