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Il giorno della memoria e del perdono

di Mauro Bontempi

CITTA’ DEL VATICANO – Con una legge del 2000, lo Stato italiano ha istituito, come già avveniva in altri ordinamenti, “una giornata in ricordo della Shoah”. Il 27 gennaio si commemorano in Italia gli orrori (le “leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte”), e gli eroismi di “coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”. Sei milioni di ebrei, Rom, omosessuali, persone affette da deficit fisici o psichici: una schiera coatta “di essere umani che camminano, o sono spinti, verso le camere gas, di singoli esseri umani i cui nomi si fondono in un cupo fiume di storia insanguinata” (Dahrendorf, “I totalitarismi prossimi venturi”, 1989). Un abisso di male che nessun membro dell’umana comunità potrà mai rimuovere dalla storia, dalla propria vita. Un rischio c’è, però: essere “prigionieri della memoria”. In questa espressione di Vittorio Foa si denuncia il limite più grande della memoria: l’incapacità di inserirsi nel fluire del tempo, divenendo una entità relegata in un passato da commemorare. La memoria per essere vitale deve declinarsi al plurale: “memorie” di vite oppresse da altre vite. Memorie di uomini, non di numeri, portatori di sentimenti, passioni, gioie, aspirazioni, dolori, sofferenze che, singolarmente, sono state condivise da migliaia di altri uomini nel corso della storia. La bestialità dell’olocausto non è stata l’unica ignominia dell’umanità. È stata probabilmente la più grave ed efferata. Ma, come scrisse Giovanni Paolo II nel suo “Memoria ed Identità”, “se l’uomo può decidere da solo, senza Dio, ciò che è buono e ciò che è cattivo, egli può anche disporre che un gruppo di uomini debba essere annientato”. Sulla base di questo perverso fondamento, “analoghe decisioni – prosegue Papa Wojtyla – furono prese anche dal partito comunista in unione sovietica e nei Paesi assoggettati all’ideologia marxista. In questo contesto fu perpetrato lo sterminio degli ebrei, e anche di altri gruppi, come delle etnie rom, dei contadini in Ucraina, del clero ortodosso e cattolico in Russia, in Bielorussia e negli Urali. Analogamente furono perseguitate tutte le persone scomode al regime. Si tratta di eliminazioni in senso fisico, ma a volte anche di eliminazioni in senso morale”. Il giorno della memoria deve essere quindi un momento di riflessione sui peccati contro l’umanità: fattispecie più ampia della, pur grave, nozione di crimini contro l’umanità e che si configura ogni qualvolta uno o più individui hanno pianificato l’annientamento sistematico di altri individui sulla base della cosiddetta razza, del sesso, della religione, dell’appartenenza politica, dell’origine etnica. Cenere sul capo di tutti, non esclusa la Santa Chiesa. Con “un atto di coraggio e di umiltà nel riconoscere le mancanze compiute da quanti hanno portato e portano il nome di cristiani” (Incarnationis mysterium), Giovanni Paolo II inserì, all’inizio della Quaresima dell’Anno giubilare del 2000, la giornata del perdono. “La confessio peccati – sostenuta e illuminata dalla fede nella Verità che libera e salva (‘confessio fidei’) – diventa ‘confessio laudis’ rivolta a Dio, al cui cospetto soltanto è possibile riconoscere le colpe del passato, come quelle del presente” (Commissione Teologica Internazionale, “Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato”). Accomunati da un unico Dio, vittime e carnefici possono far proprie queste riflessioni invocando la giustizia ed il perdono divini che, lungi dal cancellare le responsabilità storiche degli autori, consentono alla memoria di uscire dalle pieghe del risentimento e della vendetta.