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La partita più dura
di Mauro Bontempi
CITTA’ DEL VATICANO – Nel deserto delle ideologie, delle contrapposizioni frontali, delle tragiche contrapposizioni delle cosiddette “razze”; nell’era del villaggio globale, della omogeneizzazione dei mercati, della politica, delle idee e di qualche cervello, l’unica dicotomia inconfutabile è riassunta nella domanda: “Credi ad un Dio Creatore e Padre?”. Aut-aut, tertium non datur. Con una provocazione, è lecito affermare che ogni azione e pensiero umano, svolto nel corso della propria esistenza terrena, obbliga l’uomo a tener fede alla propria risposta, modificabile ma cogente. È’ la scelta che dà senso alla vita, come ha ricordato il Pontefice nell’udienza di mercoledì 23 gennaio. I terreni in cui ha applicazione, sono, come detto, quasi infinti: dalla nota relativizzazione dei valori alla messa in discussione dei dogmi e della fede, dalla banalizzazione del confronto sulla Verità alla razionalizzazione e alla ricerca di “paradisi artificiali” (tutti concetti ampiamente affrontati da Benedetto XVI nella sua attività petrina). In questi casi la partita si può vincere senza enormi difficoltà. Più ostico è il percorso del dolore e della morte. Perché soffrire? Perché trascorre un tratto breve o prolungato della propria esistenza in balìa del dolore? “Se tutti devono soffrire – riflette Dostoevskij nei Fratelli Karamazov – per comprare con la sofferenza l’armonia eterna, che c’entrano i bambini? È del tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocchi pure a loro comprare l’armonia con la sofferenza”. Morire è evento certo, ma perché con sofferenza? Per il tanto dolore che c’è nel mondo non è sempre spontaneo il sereno affidamento alla provvidenza. Nei momenti fondamentali l’umanità si trova avvinghiata nelle spire della morte e, qualunque sia la reazione che ne deriva, l’intera esistenza è al vaglio: il proprio passato, il doloroso presente, e la prospettiva di un futuro incerto e più prossimo alla fine. Ogni scelta, ogni pensiero, ogni sentimento rimbombano con sproporzionata eco nelle fibre più profonde dell’essere. La scelta di fondo dell’esistenza, “credo” o “non credo”, deve affrontare il banco di prova più duro. Una partita in cui non è consentito il pareggio. Uno scontro diretto in cui è l’uomo e la coscienza di se stesso a uscire vincitrice e rafforzata o a soccombere definitivamente. La morte, in fondo, subentra come un evento naturale, certo e prevedibile, che interviene sulla realtà umana, ma non se ne impadronisce, senza che l’uomo lo desideri. La riflessione si avvicina al nocciolo oscuro: alla scelta delle scelte, allo scontro tra vita e morte, tra Bene e Male. La fede in Dio, la ricerca di Dio consentono all’uomo, in qualsiasi momento della sua storia, di riappropriarsi della dimensione spirituale e reinterpretare così l’intera propria esistenza, pur nell’immutabilità dei fatti e degli avvenimenti del passato, consentendo, alla luce della Verità, di far credere che Dio è realmente amore: il peccato e la caducità umana non dominano più il suo cuore di creatura, protagonista del mondo e coerede di Cristo, “amata” e “amante” in un ineffabile abbraccio capace di condividere gioie e dolori. Nel Golgota che ogni uomo affronta nella sua vita, il Signore non attende in cima al monte con le braccia conserte, freddo e immobile giudice dell’umanità. Dio è nel nuovo Cirenaico che durante il percorso incerto, confuso e rabbioso, del condannato, sostiene la Croce. Fissatolo, lo amò. Quindi anche l’uomo può, o meglio, ha il diritto di fissare negli occhi il Signore. “Il tuo volto Signore io cerco, non nascondere il tuo volto” (Salmo 27). In qualunque condizione della propria esistenza, e proprio nell’ora più oscura, lo sguardo dell’uomo, più aguzzo e penetrante, è capace, come Giobbe, di intercettare lo sguardo del Padre. Parafrasando Tomasi di Lampedusa: in quel preciso istante, tutto, pur rimanendo come prima, sarà cambiato. È la prova più dura. È la prova cui nessuno può rispondere con serena accettazione. San Pio da Pietrelcina si rammaricava del fatto che i fedeli venissero a lui chiedendo un aiuto per togliere dalle loro spalle il peso della sofferenza e non per avere la forza di sostenerla. Dio non toglie la sofferenza, ma la riempie d’amore.
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