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I Papi e il Santo Calice di Valencia

di Enrico Baccarini

CITTA’ DEL VATICANO – Una reliquia, a lungo sottaciuta, e sovente osteggiata, sembra porre ancora molte domande e donare alcune certezze nel complesso mondo della ricerca storica e religiosa. Fuori dai confini spagnoli la santa reliquia, nota con il nome di Santo Calice, è solo saltuariamente citata come una curiosità storica e folklorica, un pregevole oggetto conservato nella Cattedrale della città di Valencia. Gli studi che però da oltre un secolo sono stati condotti su questa reliquia indicano una sua aderenza storica e religiosa alla leggenda che ne tramanda l’origine nonché il Suo possibile ‘utilizzo’ da parte di trobador francesi per creare i cicli arturiani apparsi nel XIII secolo. Il fascino che quest’oggetto infonde nei suoi devoti e in coloro che si avventurino a Valencia sembra essere stato ulteriormente suffragato da ben tre Papi che, nel corso dei loro pontificati, utilizzarono o divennero devoti del Santo Calice. Nel lontano novembre 1982, durante la visita pastorale di Giovanni Paolo II a Valencia, questi definì il Calice “la testimonianza del passaggio di Cristo sulla terra”, celebrando il giorno seguente una Messa solenne davanti a migliaia di persone e utilizzando durante la consacrazione eucaristica, il rito della transustanziazione, lo stesso Santo Calice. Prima di lui un altro Pontefice aveva ratificato e sancito l’importanza di questo antico manufatto. Giovanni XXIII, il Papa Buono, aveva emanato un documento sulla reliquia in cui questa veniva resa a tutti gli effetti un oggetto di culto per il popolo cristiano nonché uno degli oggetti più sacri ed importanti di tutta la cristianità. A luglio 2006, Benedetto XVI si è recato a Valencia per il V° Forum Mondiale delle Famiglie e in tale occasione ha voluto pregare davanti alla reliquia e officiare, il giorno seguente, una Messa (foto) utilizzando il Calice davanti ad una folla oceanica di fedeli. Tre Papi, due celebrazioni ufficiali, hanno inderogabilmente sancito l’importanza che questo manufatto riveste per l’intero mondo cristiano, per la sua devozione e la sua fede. Lo sfondo storico, sociale, culturale in cui si colloca questa reliquia, la pongono anzitutto tra i più importanti manufatti cristiani preservatisi nei secoli e giunti fino ai nostri giorni. Analisi compiute tanto negli anni ’60 quanto in tempi recenti hanno definitivamente sancito l’appartenenza del manufatto al periodo storico in cui visse Cristo nonché un largo utilizzo, in quanto considerato kosher, ovvero puro, di vasellame di agata in questo frangente storico. Come nel caso di molte reliquie cristiane non disponiamo di una prova definitiva sulla effettiva aderenza tra la verità storica e la leggenda tramandata. Il Santo Calice dimostra però di essere stato preservato e venerato per quasi mille anni mentre fonti storiche ci confermano che già prima del mille esistevano tradizioni e resoconti attribuibili a questo oggetto. Presso la Chiesa di San Lorenzo Fuori le Mura è presente un affresco in cui San Lorenzo Martire consegna un calice ad un legionario di origine iberica chiedendogli espressamente che lo conducesse a Huesca, in Spagna, ove dal IV secolo iniziano a presentarsi parallelamente leggende che narrano dell’arrivo della santa reliquia. Se la verità storica ancora non ha disvelato molti dei suoi arcani, le tradizioni e i resoconti tramandati nei secoli sembrano invece costruire un quadro coerente della storia della reliquia. Entro la Chiesa una icona sacra non costituisce solo l’immagine e la raffigurazione del divino ma un mezzo per la contemplazione spirituale, per la meditazione e la preghiera. Quasi a costituire un elemento catartico del processo religioso, l’icona o la reliquia costituisce il medium attraverso cui la venerazione si trasforma in pura devozione. Le stesse ‘proprietà‘ associate ad alcune icone sono rappresentazioni del mistero salvifico, di una forma spirituale che pone colui che la contempla in comunione con questo mistero rendendolo allo stesso tempo partecipe e fautore. La venerazione del Santo Calice costituisce quindi una riproposizione del mistero eucaristico dell’Ultima Cena in cui un Cristo già cosciente di dover morire lasciò la Sua eredità spirituale e materiale ai Suoi discepoli. La trasformazione dell’acqua in vino e del pane in carne e sangue, nota come transustanzazione eucaristica, si pone quindi come il fondamento della venerazione del Santo Calice e del Mistero eucaristico. La materialità del Calice si trasforma in un tramite, una metafora, attraverso cui giungere ad una ‘unione con il divino’. La continua ricerca interiore palesata dalla stessa “domanda del Graal” che gli eroi dei diversi cicli arturiani dovranno porre, è la sublimazione del cammino cristiano di perfezionamento e purificazione in cui l’uomo deve porsi, e che deve compiere, per arrivare all’unione ultima. Gli stessi cicli del Graal lo dimostrano palesemente. Solo i puri e i perfetti potranno giungere all’agognata meta potendo vederlo e beneficiare dei suoi doni. Ciò che il Graal dona è ciò che il cattolicesimo insegna da duemila anni. La vita eterna, il Paradiso, la redenzione e la salvezza. La stessa elargizione di cibo perenne che il Graal donerebbe non è altro che il ‘cibo divino’, il pane dell’anima, nonché il pane eucaristico dell’unione con Dio. Nei  Vangeli e nel canone cattolico della Messa è esplicitamente detto da Gesù che “… chi si ciba della mia carne e berrà del mio sangue avrà vita eterna … poiché la mia carne è veramente cibo e il mio sangue veramente bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, dimora in me e io in lui[1]. Questo è il fondamento dell’Eucarestia, il ‘pane della vita’, nonché il fondamento stesso del potere letterario del Graal. La doppia chiave di lettura attribuita nei cicli del Graal alla sua esistenza terrena e divina ha fatto sì che questi assumesse ulteriori valenze ultraterrene e che i suoi valori mistici e religiosi fossero trasformati ed esaltati in una manifestazione spirituale delle sue qualità terrene.