del Professor
Carlo Taormina*
Iniziano le varie inaugurazioni dell’anno giudiziario presso la Corti d’Appello e la Corte Suprema di Cassazione. Sarà la solita litania di numeri sempre crescenti di processi pendenti, di detenuti in attesa di giudizio, di delitti non perseguiti. Sarà anche la ridicola riproposizione di rimedi, mai da nessuno ascoltati, che generalmente si traducono nell’esigenza di diminuire le garanzie per i cittadini ed in quella di rafforzare la magistratura. In genere, insieme a questa richiesta, si proclama anche la necessità di aumentare l’autonomia e l’indipendenza dell’ordine giudiziario. Questa volta, ma non è la prima, la filastrocca risalterà nel frastuono di questi mesi, culminato nella vicenda Mastella e conclusosi con la caduta di un Governo. Prodi non doveva mai divenire Presidente del Consiglio, ma deve prendere atto che nel nostro Paese ancora una volta è la magistratura a determinare crisi governative e il transito alle nuove elezioni. Ciò, certamente obbliga a guardare alla politica con animo sempre meno appassionato, ma soprattutto a prendere atto, persino con un picco di rassegnazione, che Esecutivo e Legislativo, per l’alto tasso di politicizzazione della giustizia, sono non già poteri separati tra loro ma subalterni a giudici e pubblici ministeri. E’ una condizione inestricabile da cui è avvinta la nostra Repubblica ed essa indubbiamente implica una grossa “asfaltatura” di molte parti del modo di far politica, di cui le confessioni di Mastella, come l’atteggiamento di Cuffaro, sono un fulgido esempio, ma prima di tutto è necessario ricondurre l’ordine giudiziario a ciò che reclama una società civile. Dico brevemente che la magistratura, sulla quale la Costituzione del 1948 aveva fatto molto affidamento, fino a trasformarla in un organismo autoreferenziale che, per queste ragioni, si sarebbe tramutato in una corporazione capace di rendere giudici e pubblici ministeri irresponsabili dei loro errori e corpo separato dalla foto, ha tradito il suo ruolo storico. Non ha saputo battere la mafia divenuta più forte di venti anni fa e più infiltrata nelle istituzioni di quanto accaduto in passato. Non ha saputo battere il terrorismo brigatista, tuttora più vivo che mai. Non sa combattere con il terrorismo islamico, al quale giunge persino a strizzare l’occhio. Non punisce l’85% dei reati, facendo sì che la società viva immersa nella illegalità. Non contribuisce a dare sicurezza ai cittadini e si è trasformata nella vera “casta”, intoccabile, corteggiata dalla politica, pagata profumatamente, inetta, negligente, inefficiente, persino corrotta, per come recentemente ha detto la Boccassini. Chiunque sarà chiamato a prendere le redini del Paese dopo Prodi, deve pensare prima di tutto alla giustizia. E’ stata la grande colpa di Berlusconi non averci sufficientemente pensato. Oggi il tema è ineludibile e se la magistratura ha tradito, per quello che ho detto, il suo ruolo storico, bisogna superarla, anzi archiviarla. Credo che sia venuto il momento di pensare seriamente a togliere dalla aule di giustizia i magistrati statali ed occuparle con giurie popolari.
*Avvocato, Ordinario di Procedura Penale
Università “Tor Vergata” di Roma