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Ne sutor supra crepidam
di Baronio
CITTA’ DEL VATICANO – Domenica 20 Gennaio Eugenio Scalfari, il patriarca dell’ateismo teologico a mezzo stampa, ha pontificato dalle colonne di ‘Repubblica’ sul recente caso della Sapienza, con l’allocuzione ‘Atei devoti nel giardino del Papa’. Non essendo suscettibile di critica da parte dei suoi lettori, in ragione dell’infallibilità ond’egli è rivestito, Scalfari esercita il proprio magistero ammonendo Benedetto XVI e la Sacra Gerarchia cattolica. Non ci stupisce che la rivendicazione del proprio potere temporale sull’opinione pubblica passi per la censura del potere temporale del Papa, anche se vorremmo osare temerariamente di mettere in dubbio le granitiche certezze promulgate con la lectio magistralis di Scalfari. Suscita forti perplessità che un campione di laicismo si avventuri a giudicare non solo l’insegnamento della Chiesa ed il suo ascendente sulla vita sociale e politica italiana, ma anche la sua Liturgia, rivelando ancora una volta la comunanza ideologica con i più controversi attori della riforma postconciliare: attori sui quali il grande liturgista Cardinale Antonelli – non certo di tendenze reazionarie – aveva espresso fortissime riserve: «La lacuna più notevole in padre Bugnini è la mancanza di formazione e di sensibilità teologica. Mancanza e lacuna grave, perché nella liturgia ogni parola e ogni gesto traducono un’idea che è idea teologica» (Nicola Giampietro, Il Card. Ferninando Antonelli e gli sviluppi della riforma liturgica dal 1948 al 1970, Roma 1998, Studia Anselmiana 121, pag. 264). Tuttavia, pur riconoscendo a Scalfari il diritto di dissentire dalle forme rituali della Chiesa Romana, ci stupisce che con le proprie parole egli abbia dimostrato una grossolana incompetenza nel commentare la celebrazione della Messa nella Cappella Sistina, in occasione della quale il Santo Padre ha conferito il Santo Battesimo: «Mi ha fatto molto senso vedere, proprio alla vigilia del mancato intervento del Papa alla Sapienza, la messa celebrata da Benedetto XVI nella Sistina col vecchio rito liturgico rinverdito a testimoniare la curva ad U rispetto al Concilio Vaticano II: il Papa con la schiena rivolta ai fedeli e la messa celebrata in latino». La Messa – con la M maiuscola, please – che «fa senso» a Scalfari altro non è se non la forma liturgica riformata da Paolo VI, in base alla quale l’altare nel presbiterio dev’essere uno solo, a prescindere dal suo orientamento. Che poi egli giudichi «una scelta regressiva» il fatto che celebrante, clero e fedeli siano tutti rivolti verso la Croce, fa parte delle sue personalissime convinzioni, che sono illuminanti di per se stesse e sulle quali è inutile disquisire. Nessun «vecchio rito», dunque, anche se il Pontefice avrebbe potuto celebrarlo senza dover certo chiederne il benestare all’emulo barbuto di Repubblica. Ma l’inclinazione a voler sempre ed immancabilmente metter bocca nelle questioni interne alla Chiesa – e non pare che egli si periti di fare altrettanto con i riti del Tibet, della Sinagoga o dell’Islam – questa volta ci ha fatto cogliere il Nume in fallo: «Mancanza e lacuna grave», confondere due riti tra loro palesemente diversi anche per il più sprovveduto seminarista. La qual cosa ci induce a ripetere, non senza sottile compiacimento, quel detto latino: «Ne sutor supra crepidam», auspicando che in futuro l’infallibile Scalfari si limiti a parlare di cose che conosce.
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