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Pecore matte
di Baronio
Il sensus Ecclesiæ è quella particolare virtù del buon Cattolico che gli fa riconoscere quasi istintivamente ciò che fa parte della propria Religione e ciò che ad essa ripugna. Più che nei dotti e nei sapienti, esso rifulge nei fanciulli e nei semplici, ai quali la Provvidenza di Dio ha concesso di penetrare i Misteri della nostra Fede anche senza avere le conoscenze di un teologo. Basta vivere quotidianamente a contatto con i Sacramenti, con la Liturgia della Chiesa, con i suoi Ministri, per veder confermato quel tesoro salvifico appena adombrato nel Catechismo e poi dischiuso nel corso dell’anno dalle omelie del parroco. Così i nostri vecchi, la mattina del Sabato Santo, all’udir sciogliere le campane, usavano bagnarsi gli occhi con l’acqua di fonte, quasi a simboleggiare le lacrime di gioia per la Resurrezione del loro Signore. E quando moriva un congiunto, si soleva aprire le finestre, per lasciar che l’anima si librasse verso il suo Dio, riecheggiando quel Proficiscere, anima christiana che il sacerdote pronunciava nella lingua sacra della Chiesa. È grazie al sensus Ecclesiæ che il fedele si inginocchia a ricevere la Comunione, e trova irriverente riceverla in mano stando in piedi; e sempre per il sensus Ecclesiæ consideriamo strano esser comunicati da una zelatrice in maniche di camicia piuttosto che dalle sante mani del sacerdote. Purtroppo l’anarchia degli ultimi decenni ha attenuato e talora è giunta a cancellare del tutto questo sensus Ecclesiæ, precipuamente grazie all’opera di progressiva erosione da parte dei celebranti e dei cosiddetti animatori liturgici. Detto per inciso: quale liturgia ebbe mai bisogno di animazione, se non quella che sin dalla promulgazione dimostrò d’essere già in coma irreversibile? Un senso di nausea ci pervade nell’apprendere dalla stampa che in quel di Lecco, e precisamente nella parrocchia di Civate, vi è un parroco che, in spregio alle norme liturgiche e canoniche, si è permesso di inventare una parodia della Messa ad uso dei bambini, destinando una cappella della Chiesa a dei riti che di cattolico hanno poco o nulla: un luogo «dove i piccoli possono partecipare a loro modo alla Santa Messa». Eppure per secoli i fanciulli – sin dalla più tenera età – erano educati ad assistervi compostamente, e dai cinque anni i bambini già facevano i chierichetti, mandando a memoria le risposte in latino, dall’Introibo fino al Deo gratias. E a chi obbietta che non capivano nulla, ci permettiamo di replicare che è senz’altro preferibile ripetere le sacre parole della Liturgia piuttosto delle oscenità delle canzoni americane, messe in bocca agl’innocenti sin dall’infanzia grazie agli iPod e alla radio: anche di quello slang da angiporto essi ignorano il senso, eppure dimostrano di esserne irrimediabilmente contaminati. La descrizione della cosiddetta Cappella Bambini è ancor più eloquente: «Due tappeti coloratissimi, lavorati a mano per terra e tanti giochi: cuscini, orsacchiotti, bamboline, costruzioni, pouf. Ma l’originalità della stanzetta sta nelle pitture murarie ed il simpatico pavimento di gomma colorata. Quest’ultimo, oltre ad avere proprietà anallergiche e ad attutire le cadute dei bambini, presenta una colorazione molto particolare: giallo, blu e rosso, colori che racchiudono uno specifico significato al quale don Mario ha voluto attribuire. Il rosso sta per il martirio, il blu vuole rappresentare il paradiso, il giallo la luce dei Santi». Il Parroco di Civate, don Mario Longo, spiega: «Sono perfettamente consapevole che la Santa Messa possa rappresentare una noia notevole per i bambini: per questo ho pensato a una formula appositamente confezionata per loro e in grado di avvicinarli con gioia e allegria alla preghiera nella giusta compostezza». Apprendiamo dall’illuminato sacerdote che il Santo Sacrificio è «una noia notevole», e che evidentemente la sapienza della Chiesa ha penalizzato per due millenni schiere di fanciulli, che non si capisce come possano esser poi divenuti Santi. Chissà come si annoiava il piccolo Martire Tarcisio, nel corso delle lunghe celebrazioni nelle catacombe! O quale tedio deve aver provato il giovane Domenico Savio a servir Messa a don Bosco, con tutto quel latino! A colmare le lacune dell’orrida matrigna giunge la creatività di don Longo, che senza la minima vergogna dichiara: «A bimbi di cinque o sei anni preferisco dare caramelle al posto dalla tradizionale particola che per loro potrebbe risultare non gradevole». Le parole dominanti sono: gioia, allegria, simpatia. Mentre la Messa – e parliamo di quella riformata, detta nella lingua della piazza, rivolti al popolo, con i fedeli che salgono e scendono dal presbiterio per le letture, i canti con le chitarre e i tamburelli, le suore che danno la Comunione ecc. – sarebbe nient’altro che un rito noioso, con la predica «che rischia di essere troppo lunga e incomprensibile». Il senso dell’adorazione, del raccoglimento, della preghiera, del sacrificio, della penitenza e dell’espiazione sono cose da vieti cattolici postridentini che meritano solo la derisione e l’oblio. Ma se proprio per il sensus Ecclesiæ ci sentiamo profondamente scandalizzati dalle innovazioni sacrileghe di don Mario, viceversa non possiamo che dargli ragione nel riconoscere che troppo spesso le Messe a cui siamo tenuti ad assistere in ossequio precetto festivo sono oggettivamente di una noia mortale, e che le prediche non sono soltanto «troppo lunghe e incomprensibili», ma desolatamente vuote, specchio del vuoto dell’anima e dell’ignoranza dottrinale di chi le pronunzia. L’irriverente trovata di sostituire la Ss.ma Eucaristia con una caramella, oltre alla assoluta inefficacia sotto il profilo della Grazia, puzza di giansenismo: considerare la Comunione come un premio, e non come un aiuto spirituale indispensabile al Cristiano, è uno dei più gravi errori di quell’eresia che ammorbò l’Europa e che si trascinò sotto varie forme sino al Novecento. Contro questo errore, e proprio per avvicinare i fanciulli a Gesù Sacramentato, San Pio X abbassò l’età di ammissione alla Prima Comunione. E anche lì, che noia: il digiuno dalla mezzanotte, la confessione sacramentale, il timore reverenziale nell’accostarsi a Dio, quello stare in ginocchio tremanti alla balaustra, e le preghiere di ringraziamento da recitare… Oggi sì che ci si diverte davvero: digiuno di un’ora ben che vada, confessione comunitaria invalida, Comunione in mano standosene bellamente in piedi, e poi una bella canzone battendo le mani assieme al prete e tutti a casa. «Signore sei venuto fratello in mezzo a noi, Signore hai portato amore e libertà, Signore sei vissuto nella povertà: noi ti ringraziamo Gesù». Vuoi mettere queste pregnanti parole rispetto a quella lagna che si cantava una volta? «O Sacrum convivium in quo Christus sumitur! Recolitur memoria Passionis ejus: mens impletur gratia, et futuræ gloriæ nobis pignus datur». Tolle, tolle! E se la reverendissima Curia di Milano fa le barricate contro il Motu proprio cavillando sulle leggi che regolano il Rito ambrosiano, non pare altrettanto ligia a far rispettar le leggi canoniche al Parroco di Civate, né agli altri suoi degni confratelli. Coerentemente con questa impostazione autocefala della Chiesa di Milano, anche per l’Epifania – ribattezzata all’uopo Festa dei Popoli – si sono viste in Duomo danze e performances indegne della santità del tempio, sotto gli occhi del compiaciuto Arcivescovo. La prolifica inventiva di don Longo non si ferma ai fanciulli, addestrati a far cagnara con bamboline e orsacchiotti su un simpatico tappeto anallergico; nel sito www.oasidavid.it vediamo come i ragazzi sono educati nella sana dottrina e al senso del sacro: un’altra cappella con orridi affreschi alle pareti, un altare di traverso che ricorda le discariche partenopee e – in ossequio al più trito e servile ecumenismo – la Menorah ebraica da cui pende un filatterio. La Croce di Cristo? Troppo tetra e noiosa: eliminata anche quella. In compenso in parrocchia si tengono corsi di danze ebraiche e si arriva addirittura a proporre quel Brachot le advalah talmudico, ispirandosi al quale un’altra fervida mente – quella di Monsignor Annibale Bugnini – partorì negli anni Settanta l’offertorio del Novus Ordo Missæ eliminando il precedente di chiara natura sacrificale, ritenuto un’abominazione dai luterani. D’altra parte, sono ben note le simpatie dell’antipapa Martini per la Sinagoga, e quella Menorah è solo l’applicazione pratica di un état d’esprit ormai radicato nel Clero progressista. Così i piccoli parrocchiani di Civate si cimentano in attività coreutiche accompagnati da queste belle parole, forse intrise di materialismo, ma pur sempre in lode a Dio: «Benedetto sei tu nostro Dio Signore del mondo che hai donato il vino, che hai creato i profumi, che hai formato la luce… ». Peccato che manchino – alle volte, i casi della vita! – proprio le strofe finali e più significative dell’originale del Talmud: «Possano gli apostati esser privati d’ogni speranza, e tutti i Cristiani muoiano istantaneamente». A chiosa di queste forme di cristianesimo giudaizzante risuona il monito dantesco: «Avete il novo e ‘l vecchio Testamento, e ‘l pastor de la Chiesa che vi guida; questo vi basti a vostro salvamento. Se mala cupidigia altro vi grida, uomini siate, e non pecore matte, sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida» (Par., V). Pecore matte: ma anche certi pastori lasciano molto a desiderare.
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