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Te Deum laudamus, Te Dominum confitemur
di Mauro Bontempi
CITTA’ DEL VATICANO – Non esistono graduatorie di santità. Esistono, tutt’al più, figure la cui vita ed opera hanno lasciato una traccia più profonda nella storia della Chiesa. Guardando all’anno appena trascorso, tra le “new-entry” della folta schiera dei Beati spicca la figura di Antonio Rosmini. Sulle colonne di questo quotidiano on-line si è già riflettuto, in maniera inadeguata rispetto alla grandezza del suo carisma, sulle grazie che il Prete Roveretano ha apportato alla Chiesa in Italia e all’Umanità con il suo messaggio di “intelligente amore”. Si è concordi nel ritenere che “Delle cinque piaghe della Santa Chiesa” sia “uno dei più appassionati ed originali documenti del riformismo ecclesiale” (Dossi, 2007). Al suo tempo non tutti salutarono con lo stesso calore l’opera del Rosmini. Nemo profeta in patria. Iniziata nel 1832, diffusa timidamente dall’autore dopo otto anni di gestazione, l’opera fu, effettivamente, una miccia di denotazione all’interno della Chiesa, vivendo un salutare e rigenerante “Quarantotto”, provvidenziali chicchi di amore che, morendo, porteranno frutto durante il XXI secolo, nell’humus conciliare del Vaticano II. Che senso ha riproporre, proprio all’inizio del nuovo anno civile, questo testo? Non è una provocazione, ma una scelta motivata da tre grandi ragioni: perché tutti i Cristiani possano intonare il Te Deum di ringraziamento per la Chiesa di Cristo; perché nelle parole del Prete Roveretano c’è, fra i tanti, almeno un elemento che ben descrive l’anno appena trascorso, cioè la valorizzazione del portato della tradizione ecclesiale aperto alla serena lettura dei nuovi “segni dei tempi”. Il messaggio di Cristo è eterno. C’è una sola storia della salvezza che, mirabilmente, unisce gli uomini del XXI secolo con coloro che per primi, in Palestina, conobbero Gesù di Nazareth. Perché, come terzo motivo, in un mondo privo di speranza e senso della vita, la Chiesa ha dimostrato di medicare le sue ferite grazie all’ausilio di suoi figli saggi e lungimiranti. In un Mondo e all’interno di un Paese che sembrano non avere le capacità di rinnovarsi genuinamente, la Chiesa ha avuto la duplice forza di rimarginare, per un verso, gli squarci sanguinolenti additati da Rosmini sul corpo mistico di Cristo e, dall’altro, caduti i gratuiti ostracismi sul suo pensiero, attribuire il giusto merito al profetico Prete Roveretano. La Chiesa, corpo mistico di Cristo, è lacerata, come il Redentore, da cinque profonde ferite. Squarci sanguinosi dai quali Rosmini, in Delle Cinque Piaghe della Santa Chiesa, scopre il velo che le protegge con dolore e profonda consapevolezza di una doverosa e rapida rimarginazione. Non c’è compiacimento nel gesto e nella descrizione delle ferite. Non sono felices culpae. Sono lacerazioni prodotte dall’uomo nel corso dei secoli e che Rosmini “a sfogo del mio animo addolorato; e fors’anco a confronto altrui” descrive secondo una struttura molto accattivante (vedasi, ad esempio, l’uso di interrogative indirette semplici o retoriche). Egli applica un metodo ad approssimazioni progressive seguendo passaggi logici molto semplici, premessi ed ordinati sulla base dell’evoluzione storica del cristianesimo. Dal generale al particolare, dal basso verso l’alto, il Prete Roveretano sottopone ad un “check-up” completo il clero tutto, tutti coloro che nella Chiesa si sono consacrati interamente al Signore, ed i rapporti tra potere temporale e potere spirituale. Ai consacrati al Signore, ragionando sempre in termini generali, viene rimproverato un progressivo distacco dall’originaria missione e dai principi che animavano le prime Comunità cristiane (I, II e III piaga). Nella seconda fattispecie, cioè riguardo ai rapporti tra l’autorità civile e l’autorità religiosa, Rosmini chiede ad entrambi i soggetti la piena applicazione del principio di libertà ed autonomia della Chiesa (III, IV, V piaga). Con la III terza piaga in funzione di treu-d’union, il volume dedica attenzione equivalente ad entrambe le problematiche, con interessanti cenni profetici sul futuro della Chiesa. Gesù Cristo è venuto a salvare tutto l’uomo, un essere misto di corpo e di spirito. La buona novella doveva “mescolarsi e svolgersi di pari passo cogli umani individui”. “Il sublime culto della Santa Chiesa è uno solo, e risulta dal Clero e dal Popolo, che con ordinata concordia e secondo ragione fanno insieme accordati una sola e medesima operazione in unità … di mente e di cuore”. Non v’è ragione alcuna per cui esista “divisione del popolo dal clero nel pubblico culto” (I piaga). Sebbene, infatti, sia vero che la grazia dei sacramenti non è impedita dall’ignoranza, poiché i sacramenti operano ex opere operato, il popolo ha il diritto ad essere “istruito, con piena e vitale istruzione, di ciò che si dice e si fa nel santo sacrificio, nell’amministrazione de’ Sacramenti, e in tutte le ecclesiastiche funzioni”. Come fare? Il metodo proposto è semplice ed acuto: accrescere la cultura del popolo spiegando le formule e i gesti scrivendo una sorta di “testo a fronte” della versione ufficiale latina in lingua volgare. Un compromesso verso l’alto, non verso il basso, insomma. Capace di richiamare ad una maggior adesione al culto non solo i laici ma anche il clero, a cui è affidata la guida e l’educazione dei fedeli. I catechismi, altro punto dolente, erano divenuti una sorta di sterile formulario di nozioni che, pur validi nella loro capacità di sintesi, non potevano essere sufficienti da soli alla formazione del popolo. Così come i libri di testo dei seminari: “bignami” della teologia. Ai ministri del culto spetta il compito di formare e spiegare, pur nei limiti dell’umana ragione e delle umane capacità di spiegazione ed apprendimento. Centrale è quindi la formazione del clero stesso. “Piccoli uomini che formano piccoli uomini sulla base di piccoli libri”: nella nobile filiera della formazione teologica e pastorale, massima attenzione deve essere prestata alla “formazione del formatori”: ecco la seconda piaga, “l’insufficiente educazione del clero”. Una questione che col tempo, nota Rosmini, s’era aggravata notevolmente con la nefasta divisione del clero fra un presunto clero alto ed uno basso, il primo dedito all’accaparramento dei beni materiali e all’abbandono della cura pastorale e della formazione dei chierici, il secondo più vicino al popolo ma, anche, sempre più debole dal punto di vista formativo. Tocca all’Episcopato, ammonisce Rosmini, il compito di risollevare la situazione “in questi tempi di fraude”, riaprendo le porte dei vescovati e facendo dei seminari luoghi di formazione completa: una sola educazione, una sola scienza, una sola fede. È evidente che Rosmini ascende la struttura della Chiesa: prima il popolo ed il clero, considerati nel loro insieme (I e II piaga), ora tocca ai successori degli apostoli e del principe di questi, il Sommo Pontefice. Mondanizzazione e asservimento al potere politico: questa la piaga più profonda nel corpo martoriato della Santa Chiesa. Il terzo capitolo contiene un’ampia sintesi dell’evoluzione storica della Chiesa. Ferma restando la sovranità della componente divina, l’avvento del feudalesimo agevolò quel processo critico che ha coinvolto la componente umana della Chiesa regolata da leggi e legata alla naturale evoluzione di ogni società (sul modello di Polibio, Tucidide e Vico). I vescovi col tempo s’erano degradati al rango di “grandi di corte”: divisi, gelosi e rissosi l’un contro l’altro. Un tale episcopato, alle dipendenze dei sovrani e dei principi anziché devoto araldo della Buona Novella sotto la guida certa del Vicario di Cristo, ha quindi allontanato il popolo dalla fede e della Chiesa, inducendolo a pensare che “le ricchezza della chiesa formino una cosa sola con la chiesa e colla cristiana religione”. Svenduta nei corridoi dei palazzi nobiliari la divina missione, all’interno della Chiesa si svolse una “lotta fra il Clero depravato ricusante la riforma (del clero stesso), e la Chiesa che pur riformarlo volea”. Furono, insomma, frange di una Chiesa “deviata” a contendersi con il potere temporale il possesso dei beni. Tutto questo a detrimento del senso religioso e della fedeltà a Cristo e al suo Successore. La Provvidenza ha fatto sì che in mezzo a tanto male germogliassero dei semi di speranza, primo fra tutti la diffusione della Buona Novella ai potenti del tempo: attraverso gli stessi corridoi dei baratti e dei tradimenti, il Verbo si è introdotto nei palazzi dei nobili diffondendosi come “vento gagliardo”. Politicamente tale vento contribuì, secondo Rosmini, a correggere i domini assoluti in monarchie costituzionali grazie al diffondersi dei principi del cristianesimo. Inoltre Rosmini dimostra l’utilità per un principe di avere un vescovo non da lui eletto: è un ottimo mediatore tra lui e il popolo e viene da questo riconosciuto come una figura super partes. Rosmini sente il bisogno di una religione libera di comunicarsi al cuore dei popoli senza intermezzo dei principi e dei governi: la IV piaga ovvero della nomina dei Vescovi abbandonata al potere laicale. Ogni società libera ha essenzialmente il diritto di eleggersi i propri ufficiali. La Chiesa ha ricevuto questo diritto dal suo Divin Fondatore. La Chiesa non può cedere in altrui mano il proprio governo, non vendere né alienare in alcun modo a chicchessia la elezione dei propri governatori, perché non può distruggere se medesima”. La buona fede ed errori di valutazione hanno favorito nel tempo questa pratica contraria alla Chiesa e al benessere stesso dell’autorità civile che al contrario ritienitene essere un’affermazione della propria prevalenza sull’autorità religiosa. Rosmini parla di un vero scisma nella chiesa del suo secolo fra una chiesa nazionalista ed una legata al Pontefice (qualcosa di simile a quello che oggi accade nella Repubblica Popolare Cinese). Dopo una puntuale sintesi del pensiero motesqueviano letto e interpretato alla luce del cattolicesimo, Rosmini dice: per risolvere tutto, si riconduca l’elezione dei vescovi in mano al potere a ciò legittimato, alla Chiesa di Cristo. È necessario “rimettere la Chiesa di Dio nella sua piena libertà, e … usare verso di essa tutta la sommissione e la giustizia”. In conclusione, per superare la servitù de beni ecclesiastici (V piaga), e cioè “la schiavitù economica creata dall’assoggettamento dei patrimoni della chiesa a finalità diverse dalle uniche due legittime: sostentamento del clero ed aiuto ai poveri” (Dossi, 2007), Rosmini ritiene necessario risolvere il nodo relativo ai problemi di gestione indotta ora dalla corruzione ora dalla impossibilità di ottemperare ad un tempo sia alle anime che alle carne in eguale materia. Basterebbe una legislazione in base a sette punti dedotti dalla tradizione della chiesa basati sulla gratuita dell’acquisto, la pubblicità dell’uso specifico, e la gestione in solido da parte della Chiesa stessa “Manca forse l’intelligenza?”: si domanda Rosmini per spiegarsi la pervicace volontà del potere civile di non “mollare la presa” nei confronti delle prerogative della Chiesa. “No, manca la fede: manca un sufficiente amore alla giustizia”. Ecco la risposta acuta di Rosmini. Seguono poi parole di una attualità, a tratti, sconvolgente: “Non si crede che la Provvidenza abbia un consiglio fisso sul governo degli eventi; non si crede che la Chiesa abbia un missione che vuole essere ad ogni costo adempiuta: l’uomo si persuade di potere fare senza di lei; così l’incredulità toglie anche l’intelligenza, cioè rende inintellegibile il sacro universal grido de’ popoli cristiani, quello di LIBERTA’. Quindi l’ammonimento: “s’impari, che i cristiani, essendo essenzialmente liberi, possono servire all’uomo, in cui non veggano Iddio, non possono servire che ad una condizione, di apprendere dal magistero della Chiesa la legge evangelica di umiltà e mansuetudine, e che la Chiesa schiava e spregiata non è più atta a loro insegnarla. Ah se queste verità s’intendessero! Vi sarebbe forse ancor tempo! Il tempo non è semplicemente galantuomo ma è, anch’esso, opera di Dio. La Provvidenza, dopo 160 anni, concede alla Chiesa, clero e popolo, terrena e celeste, di intonare: Te Deum laudamus, Te Dominum confitemur”.
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