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Difesa d’ufficio
di Baronio
CITTA’ DEL VATICANO – Il politically correct in voga ai giorni nostri vuole che ad ogni affermazione ne corrisponda una uguale e contraria, quasi bastasse, a garanzia di imparzialità, dar voce a tutti. Eppure, per il principio di non contraddizione, se un’affermazione è vera non può esser vera anche quella che la nega. La par condicio, poi, altro feticcio dell’informazione, impone che sulla stessa testata abbiano titolo ad esprimersi quanti sostengono una tesi ed i loro diretti oppositori, a prescindere dallo spazio che altrove essi possono avere a disposizione. Una nota pubblicata da ‘Petrus’ a firma del lettore, e non collaboratore, Lino Marchisio, che ha espresso un’opinione personale e non quella della testata, sembra voler bilanciare il giudizio negativo sull’operato di Monasignor Piero Marini e ridimensionare l’enfasi con cui sono state evidenziate le ottime scelte rituali del nuovo Maestro, Monsignor Guido Marini. La difesa dell’attuale Presidente del Pontificio Comitato per i Congressi Eucaristici Internazionali ripercorre il cursus honorum dell’Arcivescovo di Martirano, che peraltro è ben noto. Ma se nell’enumerare gl’incarichi ricoperti non sembra esservi spazio per repliche, viceversa ci stupisce che, a rinforzar l’encomio dell’ex Maestro, Marchisio ci ricordi ch’egli è membro del CAL di cui è Presidente quel Monsignor Brandolini, il quale, lo scorso Luglio, dalle pagine di Repubblica ha formulato giudizi a dir poco temerari sul Motu Proprio: «Non riesco a trattenere le lacrime, sto vivendo il momento più triste della mia vita di vescovo e di uomo. È un giorno di lutto non solo per me, ma per i tanti che hanno vissuto e lavorato per il Concilio Vaticano II. È stata cancellata una riforma per la quale lavorarono in tanti, al prezzo di grandi sacrifici, animati solo dal desiderio di rinnovare la Chiesa». Definire «insigne liturgista» un Prelato che prorompe in sconsolate lamentazioni per il Motu Proprio è più che eloquente: schiera Monsignor Marini nel novero degli oppositori della Liturgia tridentina, confermando ex post quanto egli stesso ebbe ad affermare: «Il rito Tridentino o di San Pio V fu lasciato in vigore a certe condizioni per evitare di rendere traumatico il passaggio dal vecchio al nuovo rito per i fedeli più anziani. Poi Papa Wojtyla ha permesso che si potesse, in certe Chiese, celebrare secondo il rito di San Pio V, tutto qua. Andare oltre questo è andare oltre la Chiesa, e questo non si può». Occorrerà spiegarlo alla Santità di Nostro Signore, che ha osato violare l’anatema mariniano riconoscendo la piena validità dell’antico rito romano. L’ardita prosa di Marchisio non teme il ridicolo quando afferma: «Sarebbe opportuno conoscere il suo pensiero in materia di liturgia, e assicuro che si avrebbero delle sorprese positive sulla sua competenza». Le sorprese, a onor del vero, non sono mancate, anche se non sono state positive, come quando Monsignor Marini pensò di erigere una cattedra marmorea nella Basilica Vaticana, mentre anche il più sprovveduto studente di liturgia sa che la Cattedrale di Roma è San Giovanni in Laterano. O dopo aver letto le perle d’erudizione di Liturgia e bellezza, un libello in cui la lode delle invenzioni liturgiche postconciliari operate da Monsignor Bugnini è occasione di velenose critiche contro la veneranda tradizione della Corte papale. Lino Marchisio ci rammenta che Monsignor Marini «era già cerimoniere con Monsignor Virgilio Noè», e noi non dimentichiamo che nel ventennale della Costituzione Pontificalis Domus di Paolo VI quel Monsignor Noé oggi Cardinale non esitò a definire «ammucchiate» le cerimonie papali precedenti la riforma, con linguaggio indegno di un ecclesiastico. E a lui dobbiamo la demolizione dell’altare della Cattedra. Se i referenti dell’ex Maestro sono stati costoro, non stupisce nemmeno che tra i consultori dell’Ufficio ch’egli presiedette vi siano personalità del calibro di Manlio Sodi e Valenziano Crispino. Leggiamo ancora che «in tutti questi anni Monsignor Piero Marini è stato accanto al Servo di Dio Giovanni Paolo II, il quale certamente non avrebbe gradito un Cerimoniere folcloristico e poco liturgico». Se far danzare in San Pietro dei seminaristi mezzi nudi spacciandoli per selvaggi africani non fu un gesto «folcloristico e poco liturgico», di certo fu sacrilego e scandaloso. Se poi con il termine «competenza» si vuole indicare l’abilità con cui Monsignor Marini è riuscito in vent’anni a far strame di quel che rimaneva dei riti propri del Romano Pontefice, allora possiamo senz’altro convenire con il giudizio di Marchisio. E pari se non maggiore «competenza» va riconosciuta a chi ha saputo trarre il maggior profitto – per l’immagine della Santa Sede, s’intende – dalle numerose esposizioni di paramenti e suppellettili liturgiche avvicendatesi nei musei di mezzo mondo. In questo la competenza è innegabile. Qui legit intelligat. Oggi tra Monsignor Piero Marini e Monsignor Guido Marini non vi è contrapposizione per la semplice ragione che l’uno, nonostante le ambizioni, non fa più parte della Curia Romana, anche se appare alle Cappelle Papali come l’ombra di Banquo; mentre l’altro – a dispetto di quanto paventato – non si è lasciato intimorire dalla pesante eredità di orrori e trovate estemporanee del predecessore. Eppure basterebbe guardare in viso entrambi per cogliere una contrapposizione insanabile: l’imbarazzante abisso tra un burocrate e un uomo di Dio.
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