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Il valore del martirio per Benedetto XVI

 

di Francesco Antonio Grana

“Il martire cristiano, come Cristo e mediante l’unione con Lui, accetta nel suo intimo la croce, la morte e la trasforma in un’azione d’amore. Quello che dall’esterno è violenza brutale, dall’interno diventa un atto d’amore che si dona totalmente. La violenza così si trasforma in amore e quindi la morte in vita”. È’ questo il senso del martirio cristiano per Benedetto XVI. Una tema su cui il Papa è tornato ultimamente diverse volte. Lo ha fatto durante l’Angelus del giorno di Santo Stefano, quando ha ricordato i numerosi religiosi e laici imprigionati, privati della libertà o impediti nell’esercitarla perché discepoli di Cristo. Lo ha fatto nella sua seconda lettera enciclica, la ‘Spe Salvi’, attraverso l’esempio di due martiri della Chiesa, entrambi canonizzati da Giovanni Paolo II, la suora Giuseppina Bakhita e il martire vietnamita Paolo Le-Bao-Thin. Attraverso l’esempio della santa africana, che richiama il problema importante e purtroppo ancora attuale della violenza sulle donne, Benedetto XVI ha mostrato come dopo una vita di schiavitù e maltrattamenti inumani, l’incontro di questa donna del Sudan con Dio, un padrone ben diverso da quelli che ella aveva incontrato sulla sua strada, aveva acceso in lei una speranza che l’aveva redenta e che sentiva di dover annunciare. L’incontro con Gesù, ha affermato il Papa nella sua Enciclica, porta ogni uomo ad incontrarsi con una speranza che è più forte delle sofferenze della schiavitù e che per questo trasforma dal di dentro la vita e il mondo. Il martire vietnamita Paolo Le-Bao-Thin, in una lettera che ricorda la prosa di San Paolo, scriveva: “Ecco, la tua croce è calpestata dai piedi dei pagani! Dov’è la tua gloria? Vedendo tutto questo preferisco, nell’ardore della tua carità, aver tagliate le membra e morire in testimonianza del tuo amore. […] Mentre infuria la tempesta, – proseguiva – getto l’ancora fino al trono di Dio: speranza viva, che è nel mio cuore”. Papa Benedetto XVI, nella sua ultima enciclica, sottolinea “come elemento distintivo dei cristiani il fatto che essi hanno un futuro: non è che sappiano nei particolari ciò che li attende, ma sanno nell’insieme che la loro vita non finisce nel vuoto. Solo quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente”. È l’esempio di ciò che afferma il Papa lo vediamo proprio nella testimonianza dei numerosi martiri che annovera la Chiesa nella sua storia bimillenaria, dai primi discepoli di Gesù fino a don Andrea Santoro e suor Leonella Sgorbati, recentemente uccisi a causa della loro fede. Il martire cristiano, infatti, per Benedetto XVI, attualizza la vittoria dell’amore sull’odio, e la sua morte diviene un atto d’amore verso i persecutori.

(Nell’immagine, il martirio di San Pietro sul Colle Vaticano)