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Introibo ad altare Dei
di Sergio Rolando
La Santa Messa celebrata da Benedetto XVI in San Pietro nella solennità di Maria Madre di Dio il 1° gennaio, mi ha dato la singolare consapevolezza di godere di un privilegio molto particolare: quello di poter ascoltare nuovamente la solenne austera bellezza delle formule in lingua latina ed i relativi canti. Nel contempo, tuttavia, ha stimolato in me un pensiero meno appagante, una sensazione di imbarazzo, quasi un complesso di colpa: quello di appartenere ad una sorta di “casta” privilegiata per cultura, per censo e per radici, considerata la mia quale ultima tra le generazioni iniziata se non proprio edotta alle delizie di quella lingua. La solennità della celebrazione, il piacere del ritrovare e riscoprire quelle antiche formule così familiari mi suggeriva che niente meglio del latino poteva rendere tutta la sacralità della celebrazione; malgrado ciò, al mio personale compiacimento si contrapponeva l’imprescindibile immedesimazione nelle tante persone che per formazione e cultura rimanevano solo vagamente coinvolte dalla lingua latina, se non addirittura relegate a seguire le fasi del Sacro Rito come da un video con audio difettoso ed intermittente. Né la sensazione si dileguava in considerazione delle innumerevoli ovvie differenze linguistiche tra popoli e nazioni, tenuto conto che, comunque, quanto a numeri, non regge il confronto tra questi e coloro che conoscono la lingua ufficiale della Chiesa. Spero di essere riuscito a chiarire il senso di questo mio personale ed intimo approfondimento, che come tale non intende assolutamente prendere posizione in ordine alla opportuna liberalizzazione della Messa in latino operata dal nostro Benedetto XVI. Il mio unico intendimento resta quello di palesare la mia sensibilità nei confronti di coloro i quali costituiscono, ormai inoppugnabilmente, la maggioranza, considerato che, fatta esclusione per il clero, il latino resta sempre più relegato, purtroppo, ad espressione di quella che come innanzi detto, mi sembra di percepire quale una circoscritta “casta culturale” alla quale indegnamente mi onoro di appartenere. Ho ritenuto di esternare questa mia considerazione in quanto credo sia sempre opportuno avere piena consapevolezza dei limiti del proprio orizzonte, particolarmente, se in qualche modo privilegiato, foss’anche soltanto da un punto di vista culturale. Comunicare a pochi o a tanti? Chi legge si darà una risposta; io personalmente l’ho trovata nell’imprescindibile esigenza, di ispirazione Paolina, di comunicazione universale della Chiesa Cattolica Apostolica Romana e nel ricordo di quel : “Pro vobis et pro multis…”.
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