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Io, uomo di sport, aspiro allo scudetto del Cielo
di Carlo Nesti*
TORINO – Cosa può unire uno sportivo, appassionato di calcio, alla spiritualità cristiana? Me lo hanno chiesto in tanti, quando hanno scoperto che ero l’autore di “Viaggio di ritorno”. Ma, ben prima, me lo sono chiesto anch’io, portando alla luce un aspetto emozionale, che ha sempre caratterizzato il mio cammino. La verità è che, man mano che cresceva la voglia di calcio, e contemporaneamente la voglia di spiritualità, percepivo sempre di più la partita di football come metafora dell’esistenza. Se ci pensate, esistono momenti, positivi e negativi, della grande “commedia”, che, in qualche modo, si somigliano. Ci sono i gol segnati, come istanti di gioia della vita di ciascuno di noi. I gol incassati, come attimi di tristezza. I pali colpiti, come momenti di sfortuna. I cartellini gialli, come attimi di rimprovero. E persino i tempi supplementari, quando non bastano pochi giorni, ma magari servono mesi, per venire a capo di qualcosa. Ebbene: nella nostra quotidianità abbiamo molte partite da giocare, contro avversari diversi. Ogni partita equivale a un problema da affrontare. Noi possiamo vincere, pareggiare o perdere, ma solo alla fine del “campionato”, in un’altra dimensione, sarà possibile conquistare lo “scudetto”. E lo “scudetto” è il premio della “Felicità Eterna”. Per questo io credo che, ogni giorno, ci siano dei punti in palio, fortunatamente al cospetto di un “arbitro”, Dio, che non sbaglia mai, e perdona i nostri errori, come peccati. Ma solo se ci sono consapevolezza e pentimento, dopo averli compiuti. E’ proprio questa, cari amici, l’allegoria che ospito, dentro il mio cuore, da sempre. Magari gli intellettuali più sofisticati potranno sorridere, ma sono convinto che abbia una presa morale suggestiva sulla gente. Usare un linguaggio familiare, e popolare, è il modo migliore per farsi capire. O sbaglio?
*Giornalista Rai
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