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Napoli, San Gennaro e il Padreterno
di Sergio Rolando
NAPOLI – Dovete sapere che ogni anno, in occasione della ricorrenza del Santo Natale, il Padreterno ha consuetudine di ricevere tutti i Santi del Paradiso, uno per uno, dal primo all’ultimo. Potete immaginare, quindi, come tutti i devotissimi Servitori di Nostro Signore aspettino questo momento per presentare qualche particolare preghiera e per perorare una causa che sta loro particolarmente a cuore. Tutti, insomma, pur se ormai sono nell’eternità, aspettano per un anno intero il fatidico incontro a quattrocchi, se così si può dire, con il Creatore. Tra costoro, anche il nostro San Gennaro è in trepida attesa ma, intanto, il giorno di Natale è trascorso invano e il Santo Patrono di Napoli non è stato ancora ricevuto. Preoccupatissimo ed anche contrariato corre con tutto il suo giovane vigore (non dimentichiamo che se ne è andato in Paradiso nel fiore degli anni) da San Pietro e trafelato ed ansimante chiede spiegazioni e sollecita l’udienza tanto attesa. Finalmente, il grande momento arriva e San Gennaro, per nulla intimidito dall’Eccelsa Presenza, non nasconde il suo disappunto per essere stato ricevuto con ritardo. Di primo acchito, per quanto Santo fosse, è tormentato dal sospetto di un qualche declassamento nelle gerarchie celesti, memore che già in passato c’era stato qualche problema al riguardo, per non dire poi che talvolta qualcuno sulla terra aveva messo addirittura in dubbio la sua esistenza. Pur presentandosi con un’espressione contrariata, non osa però esternare questi suoi sospetti. Il Padreterno, che legge nei cuori e parla ad ognuno nella sua lingua, va subito al punto: “San Gennà, aggio tenuto assaie che fa’ (ho tenuto molto da fare),vuie Sante site tante e nun aggio fatto a tiempo a fernì iusto pò iuorno ‘e Natale e po’, vuò vedé c’avessa da’ cunto a te!” (non ho fatto in tempo a finire per il giorno di Natale, nè devo dar conto a te). E po’ u munno sta chin’ ‘e guaie, ‘e grazie c’aggia fa so’ tante (il mondo è pieno di guai e ho da fare tante grazie)”. San Gennaro, tranquillizzato dal motivo del ritardo, che non ha nulla a che vedere con Lui, affabilmente si rivolge al Signore dicendo: “… E proprio di guai Vi vengo a parlare; la mia Napoli sta troppo inguaiata, fate qualcosa, mettitece ‘na Mano Vuie, io sulo nun saccio cchiù c’aggia fa’ (io non so più cosa fare per Napoli)”. Il Padreterno, serio in volto, risponde: “San Gennà, tieni proprio ‘na faccia tosta a te lamentà (hai la faccia tosta a lamentarti), se c’è una città che ho sempre avuto a cuore e alla quale ho fatto tante grazie, questa è proprio la tua Napoli; quando è nata le ho dato sole, bellezza, mare pescoso e splendido, terre fertili e, come se non bastasse, anche tanti Santi e pure mo’ t’aggio fatto fa’ ‘o miracolo dint’ ‘o Duomo e t’aggio dato uno de meglie Cardinale che tengo (pure adesso ho consentito il miracolo nel Duomo e ti ho mandato uno dei migliori Cardinali di cui dispongo), per non parlare della visita del Papa in persona. Che vuoi di più?”. E San Gennaro: “Perdonatemi, si faccio a faccia tosta e V’addimando grazie, ma è po’ bene ‘e ‘sta città che sta’ addiventanno malamente (se faccio la faccia tosta e Vi domando grazie è per il bene di questa città che sta diventando troppo cattiva)”. Il Signore, con fare dolce: “Ti perdono, tu hai dato il sangue e la vita per me e non posso dirti di no, ma le grazie non bastano, i tuoi napoletani debbono ribellarsi al male, non assecondare chi lo rappresenta, lo pratica e schiaccia la loro dignità”. Il Padreterno incalza ancora: “San Gennà, quella volta hai fermato la lava del Vesuvio ma questa volta il destino di Napoli sta in mano ai napoletani”. A quel punto San Gennaro si appoggia al pastorale e guarda la sua Napoli da lassù mentre una lacrima Gli riga il volto. Che almeno quella lacrima riesca a lavar via tutto lo sporco della città.
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