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Il boia s’è fermato, ora bisogna riconvertirlo
di Mauro Bontempi
CITTA’ DEL VATICANO – Che il boia si sia fermato e, inginocchiatosi, abbia smesso il suo copricapo di morte dinnanzi al Bambino di Betlemme, è una notizia che riempie il cuore di viva speranza. Che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite abbia approvato una Risoluzione per una moratoria della pena di morte costituisce per la Comunità Internazione e per l’Italia, in particolare, un motivo d’orgoglio e soddisfazione per un palese successo diplomatico nel lungo cammino verso l’abolizione “in vista dell’abolizione delle pena di morte” (lettera d, punto 2). Ma fermo restando tutto ciò, in questo tripudio generale, non sia considerata inopportuna una riflessione critica. La moratoria della pena di morte renderà pieno e completo il diritto alla vita nella comunità internazionale? Nessun intento di ridimensionare un successo diplomatico irrevocabile, ma non è forse vero che, sospesa temporaneamente la comminazione della pena di morte nella giurisdizione nazionale, ogni Stato manterrà intatta la propria legislazione “mortifera”? “Garantire la vita a tutti e in maniera uguale per tutti – ha detto il Papa nel febbraio di quest’anno di fronte alla Assemblea Generale della Pontificia Accademia per la Vita – è dovere dal cui assolvimento dipende il futuro dell’umanità”. L’aborto, l’eutanasia, i continui attentati all’integrità e allo sviluppo della famiglia naturale basata sul matrimonio sono altrettanti pesanti deroghe agli stessi principi enunciati nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo il cui preambolo recita: “Il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo; (…) che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nell’eguaglianza dei diritti dell’uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un migliore tenore di vita in una maggiore libertà”. All’articolo 3 si ribadisce, poi: “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona”. Che senso hanno queste alte enunciazioni, oggidì allorquando la battaglia in favore della vita si riduce a, pur nobilissima, “negoziazione con la morte”: operare per la vita non significa togliere spazio alla morte. Si legge sovente nei ricoveri di ammalati: “non ci è dato di aggiungere giorni alla vita, ma possiamo aggiungere vita ai giorni”. È questa un’epoca in cui si brama una giustizia punitiva ed esemplare per i rei, si prova sdegno per i crimini più violenti ed efferati, si rimprovera ora l’eccessivo garantismo ora le gravissime carenze del nostro sistema giudiziario ma poi si acconsente alla diffussione di quella ragnatela di pratiche quotidiane che, a vario livello, pur nei limiti di legge, intrappola tra le sue vischiose, piccole e quasi trasparenti maglie, la ricerca del bene comune e la difesa degli dignità di ogni individuo. “Ma cosa è la Verità ?”: è la domanda che Pilato rivolge a Cristo. Ogni ordinamento giuridico dovrebbe porsi e, soprattutto, cercare di dare una risposta a questo quesito. La venuta di Cristo ha superato il vecchio brocardo latino: oneste vivere, neminem laedere, unicuique suum tribuere. Non basta fermare la mano al boia, ma “riconvertire” il diritto tutto verso il Bene che è la Verità . Il diritto deve perseguire un principio veritativo, non semplicemente compositivo di posizioni diverse. L’aborto e l’eutanasia sono omicidi ancora impuniti. Ogni norma che mina la salute e l’integrità della famiglia o che acconsente alla mercificazione dell’uomo e della sua dignità costituisce un attentato contro la Comunità . Veri e propri reati contro l’umanità. Lo ricordi ogni uomo di buona volontà, lo rammenti ogni legislatore nel suo alto compito di amministratore di un patrimonio donato (non regalato, si badi bene) dall’Onnipotente. In un suo ispirato articolo, Giovanni Testori ebbe a scrivere: “Il Cristo della mangiatoia ha definito, e continua a definire, il valore assoluto e inalienabile del concepimento, del degnamente vivere e del degnamente pensare. L’uccisione dell’essere concepito: il non dare all’uomo, non solo il minimo, ma l’equo (…), il non assistere e venerare la sua malattia, il suo addio e la sua fine significa lacerare la sacralità dell’uomo. Il Natale di Cristo è la liberazione da tutte le catene” (Testori, 2007). È qui condensata la ratio di ciò che si dovrebbe fare ed ancora non si è fatto: due miliardi e quattordici milioni di uomini al mondo si dichiarano Cristiani. Buona parte di loro ha contribuito da fermare la mano al boia. Ebbene, ora essi hanno l’obbligo morale di convertire il carnefice affinché l’uomo ricordi di esser fatto a immagine e somiglianza di Dio.
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